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Sperare per tutti Il pensiero dí Teresa è molto chiaro e molto profondo: che il sangue di Gesù non sia in alcun modo perduto, cadendo inutilmente a terra, ma che raggiunga l'uomo più peccatore per il quale è stato specialmente versato. Al contrario se quest'uomo finisce nelle fiamme eterne dell'inferno, il sangue di Gesù sarà perduto, sarà inutile per lui, e la sua sete della sua salvezza non sarà mai appagata. Possiamo notare che questo racconto di Teresa è molto vicino alle pagine più belle di Santa...

 

Teresa di Lisieux e Charles Péguy

Santa Teresa di Lisieux e il Poeta Charles Péguy sono esattamente contemporanei; nati tutti e due nel mese di Gennaio 1873, Teresa il 2 ad Alençon, e Péguy il 7 ad Orléans. La vita di Teresa è stata la più breve, poiché come sappiamo tutti è morta nel 1897 a 24 anni al Carmelo di Lisieux. Quella di Péguy finisce tragicamente nel 1914, all'inizio della prima guerra mondiale, mentre il Poeta ha 41 anni.

Sono due grandi testimoni della Fede nel Mondo Moderno, e ancora di più testimoni della Speranza cristiana. Cercheremo adesso di accogliere la loro comune testimonianza riguardo alla Speranza, ascoltando prima Teresa di Lisieux e poi Charles Péguy. Ma dobbiamo già dire, fin dall'inizio che attraverso itinerari molto diversi, tutti e due sono pervenuti alla scoperta delle dimensioni più ampie della Speranza cristiana, che consiste nello sperare la salvezza per tutti gli uomini. Sperare per tutti. Questa scoperta fu la rìsposta più bella al giansenismo, le cui idee avevano tanto ristretto gli orizzonti della speranza, e non solo in Francia.

 

PRIMA PARTE

SANTA TERESA DI LISIEUX

Teresa di Lisieux, nel suo primo Manoscritto Autobiografico (Mss.A), ci racconta la sua fondamentale esperienza della speranza, come speranza per un altro, concernente un caso apparentemente disperato: quello del criminale Pranzini, condannato a morte e ghigliottinato il 31 agosto 1887. Teresa aveva allora 14 anni. Era l'anno precedente la sua entrata al Carmelo.

Il racconto di questo fatto si trova al centro del Mss.A, subito dopo la "grazia di Natale". E' una delle pagine più belle e più commoventi, scritte da Teresa. Bisogna ascoltarla, seguendo la dinamica del racconto. Il punto di partenza dell'esperienza di Teresa è un fatto molto semplice: un'immagine di Gesù Crocifisso che la ragazza vede nel suo messale durante la Messa della domenica. Come per la "grazia di Natale", è un fatto piccolo, semplice, apparentemente insignificante, che diventa l'occasione di una grandissima grazia. E questo è molto caratteristico nell'esperienza spirituale di Teresa.

Ascoltiamo dunque il suo racconto:

"Una domenica guardando una immagine di Nostro Signore in croce, fui colpita dal sangue che cadeva da una mano sua divina, provai un dolore grande pensando che quel sangue cadeva a terra senza che alcuno si desse premura di raccoglierlo; e risolsi di tenerml in ispirito a piè della croce per ricevere la divina rugiada, comprendendo che avrei dovuto, in seguito, spargerla sulle anime... Il grido di Gesù sulla croce mi echeggiava continuamente nel cuore: "Ho sete!". Queste parole accendevano in me un ardore sconosciuto e vivissimo... Volli dare da bere all'Amato, e mi sentii io stessa divorata dalla sete delle anime. Non erano ancora le anime dei sacerdoti che mi attraevano, ma quelle dei grandi peccatori, bruciavo dal desiderio di strapparli alle fiamme eterne ..." .

Così, attraverso una povera immagine di Gesù Crocifisso, senza un grande valore artistico, Teresa vive la più profonda esperienza dell'Icona: contempla cioé con gli occhi della fede il mistero rappresentato. E questo nuovo sguardo cambia la sua vita.

Vede il sangue di Gesù con gli occhi della fede; sente il grido di Gesù con l'udito della stessa fede, ed è questo che co¬manda il suo nuovo atteggiamento. Questa risoluzione di tenersi ai piedi della croce per ricevere il sangue di Gesù e spargerlo sui fratelli che sono più ln pericolo di perdersi, cioé i grandi peccatori, che stanno come sull'orlo dell'inferno.

Il pensiero dí Teresa è molto chiaro e molto profondo: che il sangue di Gesù non sia in alcun modo perduto, cadendo inutilmente a terra, ma che raggiunga l'uomo più peccatore per il quale è stato specialmente versato. Al contrario se quest'uomo finisce nelle fiamme eterne dell'inferno, il sangue di Gesù sarà perduto, sarà inutile per lui, e la sua sete della sua salvezza non sarà mai appagata.

Possiamo notare che questo racconto di Teresa è molto vicino alle pagine più belle di Santa Caterina da Siena (specialmente la Lettera 273 al B. Raimondo): è lo stesso atteggiamento delle sante donne del Vangelo che insieme con la Madre di Gesù stanno al primo posto accanto alla sua croce. E queste donne partecipano misteriosamente alla nuova maternità di Maria che Gesù Crocifisso estende all'uomo salvato dal suo sangue.

La maternità spirituale della donna che si tiene ai piedi della croce consiste essenzialmente in questo fatto di raccogliere il sangue di Gesù per spargerlo sugli uomini, affinché siano salvati da questo sangue. Così faceva Santa Caterina, così fa Santa Teresina che, infatti, alla fine del racconto chiamerà il criminale Pranzini "mio primo figlio". E' l'inizio della sua immensa maternità spirituale.

E' Gesù stesso, Gesù Crocifisso e Risorto, Gesù Redentore che suscita questa collaborazione femminile, materna, alla sua opera di salvezza. E' lui che infonde nei cuori delle Sante con il suo Spirito Santo, questo meraviglioso Amore per lui e per i fratelli. E'la carità che spinge queste Sante a dare ai fratelli il sangue di Gesù, per dare a Gesù questi fratelli, per rispondere così alla sua sete della loro salvezza.

Ma questa maternità spirituale delle Sante, come quella di Maria, ha sempre un carattere inseparabilmente personale e universale: riguarda una persona, quest'uomo, e insieme si apre a tutti gli uomini. E come Gesù aveva dato a Maria il suo "primo figlio" nella persona dell'Apostolo Giovanni, così lo stesso Gesù dà a Teresa il suo "primo figlio" nella persona del criminale Pranzini.

Ascoltiamo dunque il seguito del racconto di Teresa:

"Per eccitare il mio zelo, il Buon Dio mi mostrò che i miei desideri gli piacevano. Intesi parlare d'un grande criminale, ch'era stato condannato a morte per dei delitti orribili, tutto faceva prevedere ch'egli morisse nell'impenitenza. Volli a qualunque costo impedirgli di cadere nell'inferno" .

I delitti di Pranzini erano infatti orribili, aveva ucciso due donne e una bambina e poi, rifiutava di pentirsi. L'atteggiamento di Teresa manifesta la sua carità, unita alla sua fede. Con la fede, infatti, Teresa vede chiaramente il pericolo estre¬mo nel quale si trova quest'uomo: il pericolo di cadere nell'inferno. Ma allo stesso tempo, con la carità, Teresa non può accettare la morte eterna di quest'uomo, di questo fratello per il quale Cristo è morto. E' proprio la carità che si esprime nella volontà di Teresa "volli a qualunque costo impedirgli di cadere nell'inferno". E'lo stesso "voglio" così caratteristico in Santa Caterina da Siena. Ed è lì, tra la carità e la fede, che si manifesta la speranza di Teresa.

Teresa, infatti, s'impegna totalmente per la salvezza di quest'uomo, appoggiandosi sui "meriti infiniti di Gesù". Fa celebrare una Messa, e condivide con la sorella Celina la sua grande intenzione di preghiera per la salvezza apparentemente disperata di Pranzini. Ma lì proprio si manifesta tutto lo splendore e la forza della speranza di Teresa. Ecco le sue parole:

"Sentivo in fondo al cuore la certezza che i desideri nostri sarebbero stati appagati; dissi al Buon Dio che ero sicura del suo perdono per il miserabile Pranzini: e che avrei creduto ciò anche se quegli non si fosse confessato e non avesse dato nessun segno di pentimento, tanta fidu¬cia avevo nella misericordia infinita di Gesù" .

Nel testo, Teresa ha sottolineato le parole: "certezza", "non si fosse confessato", "nessun segno di pentimento". E' una delle affermazioni più forti della certezza della speranza: la certezza della salvezza eterna che si appoggia unicamente sulla misericordia infinita di Gesù.

Questa è la speranza teologale, la speranza che non sarà mai delusa (Rm 5,5), perché riceverà cio che spera, la vita eterna, in modo "assolutamente infallibile", secondo le parole di San Tommaso .

A questo livello "spero" significa "sono assolutamente sicura". Ed è proprio questa certezza infallibile della speranza che Teresa estende all'uomo più disperato.

Già San Tommaso, riflettendo sul rapporto tra speranza e carità, affermava la possibilità di sperare per un altro . Ma Teresa va oltre San Tommaso: di lei si potrebbe dire ciò che Paolo scrive a proposito di Abramo nella lettera ai Romani, cioé che Teresa "spera contro ogni speranza" (Rm 4,18). Apparentemente, infatti, ci sarebbe tutto per disperare: la morte di un criminale che non si confessa e che non dà alcun segno di pentimento dovrebbe piuttosto comportare la certezza che quello si è dannato, che è finito nell'inferno. Non è così per Teresa, la cui purissima e fortissima speranza, le offre la certezza che Pranzini sarà salvato, anche senza confessione e senza segni di pentimento.

Personalmente non ho mai trovato in alcun altro santo, un'espressione così radicale della speranza (per un altro, così apparentemente disperato). Questo è per me l'insegnamento più forte e, direi quasi fondamentale di Teresa: sperare con certezza la salvezza del fratello peccatore, anche se è morto senza confessione, senza nessun segno di pentimento. Penso che clascuno di noi avrà conosciuto qualche caso simile.

Ma poi, riguardo a Pranzini, ci sarà un piccolo segno di pentimento che per Teresa non era neppure necessario, anche se lo aveva chiesto al Signore per essere incoraggiata a pregare per i peccatori.

Ascoltiamo ancora il racconto di Teresa, riguardo alla morte di Pranzini, sotto la ghigliottina:

"Il giorno seguente alla sua esecuzione capitale mi trovo in mano il giornale: "La Croix". L'apro con ansia, e che vedo? Ah, le mie lacrime tradirono la mia emozione, e fui costretta a nascondermi. Pranzini non si era confessato, era salito sul patibolo e stava per passare la testa nel lugubre foro, quando ad un tratto, preso da una ispirazione subitanea, si volta, afferra un Crocifisso che il sacerdote gli presentava, e bacia per tre volte le piaghe divine! Poi l'anima sua va a ricevere la sentenza misericordiosa di Colui che dice: "Ci sarà più gioia in Cielo per un solo peccatore il quale faccia penitenza che per novantanove giusti i quali non ne hanno bisogno...". "Avevo ottenuto "il segno" richiesto, e quel segno era la riproduzione fedele delle grazie che Gesù mi aveva fatte per attirarmi a pregare in favore dei peccatori. Non era davanti alle piaghe di Gesù, vedendo cadere il suo Sangue divino, che la sete delle anime mi era entrata nel cuore? Volevo dar loro da bere quel Sangue immacolato che avrebbe purificato le loro macchie, e le labbra del "mio primo figlio" andarono a posarsi sulle piaghe sante!!! Quale risposta dolcissima! Ah, dopo quella grazia unica, il mio desiderio di salvare le anime crebbe giorno per giorno; mi pareva udire Gesù che mi dicesse, come alla Samaritana: "Dammi da bere". Era un vero scambio di amore; alle anime davo il Sangue di Gesù, e a Gesù offrivo quelle anime stesse rinfrescate dalla ruglada divina; mi pareva così di dissetarlo, e più gli davo da bere più la sete della mia povera anima cresceva, ed era quella sete ardente che egli mi dava come la bevanda più deliziosa del suo amore" .

Questo racconto è veramente splendido. Teresa ritorna al suo punto di partenza, che era la contemplazione amorosa di Gesù Crocifisso, del sangue che esce dalle sue piaghe. Ma la sua risoluzione di tenersi ai piedi della croce per raccogliere il sangue di Gesù e spargerlo sui peccatori, ha già prodotto il suo primo frutto. Con la forza della sua speranza, Teresa ha ottenuto da Gesù la salvezza di Pranzini, ha ricevuto da Gesù Salvatore e Sposo il suo "primo figlio". Poi, ce ne saranno tanti altri. Infatti, Teresa definirà la sua vocazione: "essere tua sposa, o Gesù, essere per la mia unione con Te madre delle anime" .

La speranza di Teresa è interamente ancorata alla Carità, San Tommaso direbbe "informata" dalla sua Carità . La Carità di Teresa infatti, appare come il suo amore di sposa verso Gesù e di madre verso i peccatori. Come sposa vuole dare da bere all'A¬mato, come madre vuole dare la vita ai figli. E' un "vero scambio d'Amore", secondo la sua tipica espressione. Questa è dunque una grazia fondamentale, fondatrice: a partire da quel mo¬mento, Teresa rimane allo stesso posto ai piedi della croce, e la sua speranza materna per la salvezza dei peccatori non fa altro che dilatarsi e allargarsi a tutti.

Significativa a questo riguardo è la preghiera da lei com¬posta nel giorno della sua Professione 1'8 Settembre 1890. Dopo aver invocato Gesù Sposo, chiedendo per sé l'Amore infinito, cioé la piena Santità, Teresa implora alla fine della stessa preghiera la salvezza di tutti gli uomini. Ecco le sue parole:

"Gesù fa che io salvi molte anime, che oggi neppure una sia dannata... . Gesù perdonami se dico cose che non si devono dire, io non voglio che rallegrarti e consolarti" .

Infatti, Teresa sapeva benissimo che nel suo ambiente, più o meno giansenista, queste sue parole erano "cose che non si devono dire". Il pensiero comune era che ogni giorno tra le persone che muoiono, molte, forse la maggioranza, cadono nell'inferno, sono dannate. E' triste, ma è così, e bisogna accettare e rassegnarsi, sperando al massimo di ottenere la salvezza di qualcuno.

L'atteggiamento di Teresa è dunque completamente diverso: "che oggi neppure un'anima sia dannata". E Teresa che vive il momento presente "solo per oggi", rinnova ogni giorno la stessa preghiera per la salvezza di tutti (e anche nel Mss.B la estende al passato fin dalle origini, dalla creazione del mondo, e sino alla fine dei tempi).

La speranza "per un altro" è diventata speranza per tutti gli altri. Ma bisogna sottolineare che non è una speranza facile, tutt'altro, perchè sarebbe una falsa speranza, come succede alle volte quando si dice che non esiste l'inferno, che non c'è alcun pericolo di dannazione. La speranza di Teresa è al contrario una speranza impegnata per impedire ad ogni costo all'uomo di cadere nell'inferno, perché, il pericole esiste. E tutta la speranza è fondata nel sangue di Gesù, nella sofferenza redentrice di Gesù.

E infine, bisogna dire che nell'ultimo periodo della vita di Teresa, la speranza prende anche un carattere tragico. Infatti, la grande prova spirituale di Teresa, che comincia nella Pasqua del 1896 e che dura fino alla sua morte, il 30 settembre 1897, è conosciuta come prova della fede, che insieme è anche prova della speranza, poiché è una tentazione continua circa la realtà della vita eterna, dopo la morte. Non è più il pensiero dell'inferno, ma quello del nulla che tormenta Teresa. Mentre tanti Santi dei secoli passati, per esempio Santa Caterina da Siena, hanno sperimentato la tentazione contro la speranza, come impressione della dannazione, Teresa, la più grande Santa dei tempi moderni, ha sperimentato la tentazione contro la speranza, sotto una nuova forma: l'impressione che tutto finisca con la morte "nella notte del nulla", secondo la sua tremenda espresione . Ma sotto forme diverse, è la stessa tentazione, la più dolorosa per i Santi: l'impressione tragica che l'Amore finirà con la morte, che dopo la morte non potranno mai più amare, o perché andranno nell'inferno, o perché non esisteranno più. In questa estrema tentazione di disperazione, la speranza diventa ancora più bella, più splendida.

Così con questa prova, Teresa cresce ancora di più nella fede, nella speranza e nella carità. Vive un continuo atto di fede riguardo al punto doloroso, cioé la realtà del Cielo, della vita eterna (fa anche l'azione simbolica di scrivere il Credo con il suo sangue). E più che mai spera la vita eterna inseparabilmente per sé e per gli altri. E questi altri sono specialmente quelli che hanno perso la fede e la speranza. Teresa interpreta la sua prova in relazione a loro: si vede seduta alla loro dolorosa tavola, per intercedere per essi e ottenere la loro salvezza eterna, come aveva fatto per Pranzini. Teresa adesso crede anche per quelli che non credono, e spera per quelli che non sperano. Chiede a Gesù che ritrovino la fede, e soprattutto che siano accolti senza eccezione nel Cielo.

Possiamo dire con certezza che la preghiera di Teresa sarà specialmente esaudita per un giovane che è suo contemporaneo, un giovane che ha perso la fede e la speranza, e che poi ritroverà l'una e l'altra fino a reinventare la meravigliosa teologia della speranza di Teresa.

E' il nostro Charles Péguy.

 

SECONDA PARTE

IL POETA CHARLES PEGUY

Mentre Teresa entrava al Carmelo a 15 anni, nel 1888, il giovane Péguy perdeva la fede, allo stesso momento,alla stessa età. La ragione principale di questo allontanamento dalla fede, va ricercata nella dottrina dell'inferno, della dannazione eterna, come veniva allora presentata.

Péguy rifiuta radicalmente tale dottrina che esclude qualcuno e per sempre dalla salvezza, e per questo si allontana dalla fede cristiana per quasi 20 anni. Ed è un rifiuto radicale, rifiuto di questo Dio che non salva tutti gli uomini; così, Péguy si dice ateo, e diventa militante socialista. Ma, in realtà il suo socialismo ha un carattere mistico: è animato dal desiderio della salvezza di tutti gli uomini. Questo lo si scopre nella sua prima grande opera poetica: Giovanna d'Arco, scritta tra il 1895 e 1897 (esattamente gli ultimi anni della vita di Teresa).

Come Teresa, e allo stesso momento, Péguy è affascinato dalla personalità di Giovanna d'Arco. E questo è già uno dei paradossi di Péguy: l'ateo che rifiuta radicalmente la fede cristiana, pur vivendo una comunione profonda con una Santa (anche se non era ancora canonizzata).

Il punto finale di questa prima opera poetica è, infatti, l'ultima preghiera di Giovanna:

"Pourtant, Mon Dieu, tâchez donc de nous sauver tous,  mon Dieu.

Jésus, sauvez-nous tous à la vie eternelle" .

Ecco la traduzione:

"Mio Dio, sforzatevi di salvarci tutti, mio Dio.

Gesù, salvateci tutti alla vita eterna".

Questo è il desiderio più profondo di Péguy, un desiderio che segretamente, implicitamente è espressione della carità, come amore per tutti i fratelli. Ma questo desiderio non è ancora accompagnato né dalla fede, né dalla speranza, come lo vediamo specialmente nella prima parte di quest'opera. Infatti, il Poeta immagina un dialogo tra Giovanna ed una monaca, Madame Gervaise. Bisogna notare che questo dialogo è pura invenzione, infatti, non ha alcun fondamento nelle fonti storiche che riguardano la pulzella d'Orléans . In fondo è un dialogo tra la fede, personi¬ficata da Madame Gervaise e la carità personificata da Giovanna. E questo dialogo riguarda precisamente il problema, o piuttosto lo "scandalo" dell'inferno. In Giovanna, la carità rifiuta assolutamente l'esistenza dell'inferno: Giovanna sarebbe pronta a soffrire la dannazione pur di salvare i dannati. Ma la fede, tramite Madame Gervaise, rigetta questo discorso come una bestemmia. Ne deriva un drammatico dialogo tra la carità che rifiuta l'inferno e la fede che lo afferma.

In rapporto con questa affermazione dell'inferno, Madame Gervaise interpreta il grido di abbandono di Gesù sulla croce, come un grido di disperazione, la disperazione di salvare Giuda e tutti i dannati. Così, Madame Géneviève attribuisce proprio a Gesù la disperazione, la "désespérance" ("disperanza") della loro salvezza.

14 anni più tardi, nel 1910, Péguy riprenderà questo dialogo tra Giovanna e Madame Gervaise nel Mistero della Carità di Giovanna d'Arco . Lo riprenderà e anche lo completerà alla luce della sua fede ritrovata. Ma è evidente che Péguy non ha ancora scoperto la speranza, e il contrasto tra la carità che rifiuta l'inferno e la fede che lo afferma, diventa più drammatico, come più drammatica diventa questa teologia della disperazione di Gesù. Così la lunga meditazione sulla passione di Gesù in questa opera, mostra anche la sofferenza di Maria in questo clima di disperazione.

Péguy ha ancora bisogno di convertirsi alla speranza.

La testimonianza luminosa di questa sua ultima conversione si trova nel Portico del mistero della seconda virtù, opera pubblicata alla fine del 1911. Si tratta proprio della seconda virtù teologale, cioé della speranza. E' forse l'opera poetica più bella di Péguy, una delle più ricche e profonde sulla speranza cristiana.

La parte centrale di quest'opera è costituita da un racconto di carattere autobiografico: la dolorosa preghiera di un padre di famiglia, che affida alla Madonna i suoi tre figli gravemente ammalati e i loro nomi sono esattamente quelli dei figli del Poeta.

Péguy ha attraversato momenti terribili, con la più tremenda tentazione, quella della disperazione e anche del suicidio. E' proprio sull'orlo dell'abisso della disperazione che il padre di famiglia si rivolge a Maria.

E progressivamente questa preghiera dolorosa, angosciata, quasi disperata, si trasforma in una contemplazione luminosa, radiosa, di Maria "tutta speranza", "pura e giovane come la speranza". E' inseparabilmente la scoperta di Maria e della speranza: di Maria come specchio perfetto della "giovane speranza", della "piccola speranza" che è come una piccola sorella nascosta tra le due sorelle maggiori che sono la fede e la carità. E Péguy scopre che solo la speranza permette alla fede ed alla carità, di "camminare". Da quel momento, tutto si sblocca. La scoperta della speranza fa scomparire il problema precedente, per aprirsi al mistero: si passa dal problema al mistero della seconda virtù; e l'antico desiderio della salvezza di tutti può rinascere come speranza della salvezza di tutti.

E Maria non si limita ad avvicinare a sé l'uomo che la prega, che la contempla, ma lo conduce sempre a Gesù. E' come lo specchio vivente di Gesù, la "eco", come diceva San Luigi Maria di Montfort . Così, nella preghiera di Péguy, Maria conduce il Poeta a risalire alla fonte della luce, alla fonte della speranza, che è Gesù, il Cuore di Gesù. Al centro della preghiera, Maria è salutata come:

"la madre del buon pastore",

la madre dell'uomo che ha sperato

e che ave¬va ragione di sperare,

poiché è riuscito a riportare la pecora.

Così, nella reghiera a Maria nasce, come attraverso uno specchio, la contemplazione di Gesù, come l'uomo che ha sperato. Questa contemplazione poi si dilaterà nelle pagine seguenti con un commento alla parabola evangelica della "pecora smarrita", insieme alle altre due parabole contenute nel capitolo 15 di Luca: "la dramma perduta" e "il figlio prodigo". Péguy le chiama giustamente le parobole della speranza, insistendo sulla speranza del padre che ha sperato il ritorno del figlio perduto, e sulla speranza del buon pastore che non ha disperato mai di ritrovare la sua pecora. E la speranza non è stata mai delusa: il padre ha ritrovato il figlio, il pastore ha ritrovato la pecora.

La scoperta della speranza di Gesù cancella completamente e per sempre l'idea precedente della disperazione di Gesù. E' come un raggio di luce che dissolve le tenebre. Gesù vero Dio e vero Uomo è veramente l'uomo che ha sperato, e che dunque non ha mai disperato nei confronti di alcuno ed in alcuna maniera. La sua sofferenza non è mai stata la sofferenza sterile della disperazione, ma quella feconda della speranza, che soffre, che trema, mai disperando, anche se conosce il pericolo estremo della perdizione.

Apro qui una breve parentesi per aggiungere che, sul piano teologico, questo argomento della speranza di Gesù, è molto interessante. Sarebbe da studiare in relazione alla Cristologia di S.Tommaso e a quella odierna. Tutti si trovano d'accordo nell'affermare la piena carità di Gesù, ma non riguardo alla fede di Gesù. S. Tommaso la esclude a causa della visione di Dio che Gesù aveva sempre nel fondo della sua anima. Ma è interessante notare che evidenzia la speranza di Gesù, riguardo alla sua piena glorificazione in sé e nelle sue membra .

Nella contemplazione di Péguy, la speranza ha dunque il suo fondamento nel cuore umano di Gesù Salvatore "l'Uomo che ha sperato". E questa speranza del Figlio si riflette pienamente nel cuore e sul volto di Maria sua Madre "tutta speranza", "pura e giovane come la speranza". A partire da questa scoperta, da questa conversione alla speranza, tutta l'opera successiva del Poeta si svolge tra il Figlio e la Madre in un clima spirituale assolutamente nuovo. Lo vediamo soprattutto nelle ultime grandi opere poetiche: La tapisserie di Notre Dame (cioè l'Arazzo di Nostra Signora) ed Eve (Eva), scritte entrambi nel 1913.

Nell'Arazzo di Nostra Signora troviamo il racconto poetico del pellegrinaggio di Péguy alla cattedrale di Chartres, il più famoso Santuario Mariano della Francia. Péguy vi andò a piedi da Parigi, percorrendo così circa 100 Km., per affidare alla Madonna un giovane che si era suicidato con abuso di droga.

La preghiera del Poeta è molto bella, e manifesta soprattutto la stessa certezza della speranza espressa da Teresa nelle sue preghiere per Pranzini, la certezza fiduciosa cioé della salvezza eterna di quel povero disperato. Nella stessa preghiera, Péguy prega umilmente Maria per la sua propria salvezza, chiedendo per sé solo l'ultimo posto del purgatorio, che è già salvezza sicura. Così, nella preghiera alla Madre "tutta speranza", Péguy manifesta la sua speranza di povero figlio peccatore, speranza inseparabilmente per sé e "per un altro".

Ma questo mistero della speranza che risplende tra il Figlio e la Madre si manifesta pienamente nell'ultima opera poetica di Péguy, Eva, il suo capolavoro: un immenso poema di oltre 8.000 versi.

Dopo i misteri della carità di Giovanna d'Arco e della se¬conda virtù, si potrebbe dire che Eva è il mistero dellá carità e della speranza di Gesù, salvatore di tutti gli uomini. Secondo le parole dell'Autore, questa opera è "una lunga invocazione di Gesù ad Eva". E'il nuovo Adamo che parla all'an¬tica Eva, come il Figlio parla alla Madre di tutti i viventi, di tutti gli uomini.

Spontaneamente Péguy ha ritrovato il grande quadro Patristico, che presentava tutta l'Umanità, uomo e donna, in relazione con Adamo ed Eva e con il nuovo Adamo Gesù e la nuova Eva Maria. Ma in questo quadro tradizionale, Pèguy fa qualcosa di nuovo, tracciando come una diagonale tra Gesù ed Eva, tra il nuovo Adamo e l'antica Eva. L'intuizione è bellissima, inesauribile sul piano teologico e spirituale. Come nella teologia di Sant'Ireneo, Eva è ricapitolata in Maria. E così l'amore filiale di Gesù per Maria sua Madre risale fino ad Eva che è anche sua Madre, e insieme Madre di tutti gli uomini. E poiché Gesù sulla croce ha esteso la maternità di Maria a tutta l'Umanità, si può dire che Maria ed Eva sono insieme e lnseparabilmente Madre di Gesù e di tutti gli uomini.

Tutta l'Umanità viene così contemplata tra il Figlio e la Madre, in un cuore a cuore commoventissimo. Ma, come sul Calvario, solo il Figlio parla. La Madre resta in silenzio e accoglie nell'intimo del suo cuore le parole del Figlio: "Donna, ecco il tuo Figlio" (Gv 19/26).

Queste parole indirizzate da Gesù a Maria, nuova Eva, risalgono fino al cuore dell'antica Eva. Così nel poema è Gesù che ripete ad Eva: "Mère voici vos fils" ("Madre, ecco i vostri figli"). Tutti gli uomini sono infatti figli di Eva, exules filii Evae, secondo l'antifona "Salve Regina, che Péguy amava moltissimo e nella quale Maria è anche chiamata Spes nostra, Speranza nostra.

La figura di Eva nel Poema è bellissima e commoventissima. E' la donna che ama tutti gli uomini, suoi figli, con tutto il suo cuore di madre; che soffre delle loro sofferenze e della loro morte, causate dalla sua disobbedienza nel Paradiso terrestre. Ed è ancora la donna che ha ricevuto il primo annuncio della Salvezza, portatrice di speranza, della promessa cioé di un suo Figlio che sarebbe stato anche il suo Salvatore e il Salvatore di tutti gli altri suoi figli: promessa che si compirà in Maria, nuova Eva, Madre del Salvatore, che sarà anche il suo Salvatore, come Maria lo canta nel Magnificat.

Così la speranza di Gesù Salvatore di tutti gli uomini, trova la sua eco più profonda nel cuore di sua Madre, che è anche Madre di tutti. La speranza salvatrice del Figlio, "l'Uomo cha ha sperato", viene corrisposta dalla speranza materna di Maria, ma anche di Eva e di tutte le sante donne che stanno accanto alla croce. Ed è lì che ritroviamo Santa Teresa di Lisieux con Pranzini che Gesù le affida come affidò S. Giovanni a Maria: "Ecco il tuo figlio".

Per concludere la mia conferenza voglio aggiungere che que¬sta estrema speranza di Teresa e di Péguy come speranza per tutti non è esagerata, né è un errore dottrinale, anche se va molto al di là di ciò che abitualmente pensiamo, forse perché in noi rimangono ancora tracce di giansenismo. Recentemente la dottrina della speranza è stata ripresa dal grande teologo Hans Urs von Balthasar, in un bellissimo libro intitolato Sperare per tutti. Certo l'Autore è stato molto combattuto da alcuni, ma il nostro Papa Giovanni Paolo II, volle nominarlo Cardinale, ciò che ci sembra un segno chiaro che questa teologia e spiritualità della speranza senza limiti, è almeno accettabile e comunque non deve essere rigettata.

Così, sulle orme di Teresa e di Péguy, possiamo anche noi prendere la risoluzione di stare vicino a Gesù Redentore ed a Maria sua Madre, e sperare con fiducia la salvezza di tutti i nostri fratelli.

 


 

NOTAS

1Cf il mio libro: Connaître l'Amour du Christ qui surpasse toute connaissance. La Théologie des Saints.(Venasque, 1989, ed. du Carmel). I tre ultimi capitoli riguardano Giovanna d'Arco, Charles Péguy e Teresa di Lisieux

2 Seguiamo la traduzione italiana nella seguente edizione: Santa Teresa di Gesù Bambino: Gli Scritti (Roma, 1979, ed. Postulazione Generale dei Carmelitani Scalzi), p. 139-140.

3 Ibidem, p. 140.

4 Ibidem, p. 140-141.

5 Somma Teologica II-II q. 1 art 3 ad 1.

6 Somma, II‑II, qu.l7, art. 3.

7 Ibidem, p. 141-142.

8 Manoscritto B, p. 235-236.

9 Somma Teologica I-II q. 62 art 4.

10 Gli Scritti, p. 787.

11 Manoscritto C p. 258.

12Ch. PEGUY: Oeuvres Poétiques Complètes (Paris, 1975, ed. Gallimard, "Bibliothèque de la Pléiade), p. 326.

13 Queste fonti sono principalmente i due Processi di Giovanna: Processo di Condanna (1431) e Processo in Nullità della Condanna (1450-1456), detto anche inesattamente "di riabilitazione. Péguy aveva studiato attentamente queste fonti che sono inesauribili. Recentemente, i due Processi sono stati pubblicati dalla "Société de l'Histoire de France" in una grande edizione scientifica ((Paris, 1960-1988, ed. Klincksieck, 8 vol.). Per una lettura teologica e spirituale di queste fonti, cf. il mio studio: Santa Giovanna d'Arco (1412-1431): Preghiera, Liberazione, Pace (in Sul Monte la Pace, Roma, 1990, ed. del Teresianum).

14 Il testo originale si trova nelle Oeuvres Poétiques Complètes. Una recente traduzione italiana è stata publicata: Ch. Péguy: I Misteri. Giovanna d'Arco. La Seconda virtù. I santi Innocenti. (Milano, 1978, ed. Jaca Book).

15 Trattato della Vera Devozione alla Santa Vergine n° 225.

16 Somma Teologica, III q. 7. art 3 e 4: Cristo non aveva la fede, ma aveva la speranza.

 

AUTOR: Fr. François-Marie Léthel OCD

 

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