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I nuovi orizzonti della speranza secondo Teresa de Lisieux"La fiducia e l'amore" (la confiance et l'amour) sono le due ultime parole dell'Autobiografia di Teresa di Lisieux , due parole inseparabili e veramente essenziali nei suoi scritti, che esprimono il cuore della sua dottrina, e che sono come i due "fari" per illuminare il suo cammino di santità. Così, in una delle sue ultime lettere al suo fratello spirituale Padre Roulland, Teresa dichiara: "La mia via è una via tutta di fiducia e d'amore" (LT 226). Un po' più tardi, scrivendo all'altro fratello, il seminarista Bellière, la santa parla della "vita di fiducia e d'amore" (LT 258) e della "via della fiducia semplice e amorosa" (LT 261). Le stesse parole si trovano già nel Manoscritto A quando Teresa racconta la grande grazia ricevuta durante gli esercizi predicati dal P. Prou, francescano: "Mi lanciò a vele spiegate sulle onde della fiducia e dell'amore che mi attiravano così fortemente, ma sulle quali non osavo andare avanti" (Ms A, 80v).

Questo è il clima spirituale tanto caratteristico della vita e dell'insegnamento di Teresa per tutto il Popolo di Dio, come Dottore della Chiesa. Ci sono tante variazioni tematiche sulla fiducia e l'amore. Così, Teresa ci parla della "fiducia audace" (Ms A, 32r) e della "amorosa audacia" (Ms C, 36v, LT 247). Scrivendo alla sorella maggiore Maria del Sacro Cuore, la santa esprime il rapporto dinamico che esiste tra la fiducia e l'amore: "E' la fiducia e null'altro che la fiducia che deve condurci all'amore" (LT 197).

Nel linguaggio di Teresa la fiducia e l'amore sono le espressioni più tipiche per significare la speranza e la carità. L'Amore di cui parla sempre la nostra santa è evidentemente l'Amore di carità (Agapè), e questo si vede sopratutto nel Manoscritto B, quando l'inno alla carità di Paolo (I Cor 13) viene interpretato come la Rivelazione dell'Amore nel Cuore della Chiesa . Allo stesso modo, nei suoi scritti, si vede come la parola "fiducia" significa proprio la speranza teologale come speranza nella Misericordia Infinita di Gesù Redentore, speranza di ricevere sicuramente da Lui il dono della Salvezza Eterna, il "Cielo". Così l'espressione più frequente: "fiducia nella Misericordia" (Ms A, 46r; PR 6, 10r), ha lo stesso significato dell'altra espressione usata da Teresa: "speranza nella Misericordia" (LT 197).

Tutta la dottrina di Teresa, come quella di san Tommaso e di san Giovanni della Croce, è unicamente fondata sulla fede, la speranza e la carità, le tre virtù teologali, che preferisco chiamare "virtù teologiche", traducendo letteralmente l'espressione di san Tommaso: "Virtutes Theologicae" . Come Tommaso e Giovanni, Teresa è Dottore della Chiesa. E' teologa, nel senso più profondo della parola, cioè conosce veramente Dio, anche se non aveva studiato la teologia accademica . E' teologa a causa dell'intensità della sua fede, della sua speranza e della sua carità. Nella vita di Teresa, le tre virtù sono evidentemente inseparabili, proprio come queste tre sorelle di cui parla poeticamente Charles Péguy, contemporaneo di Teresa .

Cercheremo adesso di mostrare alcuni aspetti più importanti ed originali della speranza nella vita e dottrina di Teresa. Per questo prenderemo come chiave interpretativa un'espressione di Paolo nel suo inno all'Amore: "L'Amore crede tutto e spera tutto" (I Cor 13,7). Infatti, "più grande è l'Amore", cioè più grande della fede e della speranza (cf I Cor 13,13). Teresa esprime continuamente questo primato dell'Amore come senso di tutta la sua vita e della sua vocazione, per esempio nella poesia Vivere d'Amore (P 17) e nella sua esclamazione: "La mia vocazione è l'Amore!" (Ms B, 3v).

Nell'esperienza di Teresa come nella dottrina di san Tommaso, si vede come la carità è veramente madre, radice e forma di tutte le virtù , e anzitutto della fede e della speranza. Così, la speranza di Teresa è interamente animata dalla carità come unico Amore del Signore e di tutti gli uomini, con un desiderio appassionato della salvezza di tutti. Allo stesso tempo, la speranza si appoggia unicamente sulla fede in Gesù Redentore dell'uomo. In questo modo veramente, "l'Amore crede tutto e spera tutto", abbracciando inseparabilmente il Salvatore e tutta l'umanità salvata da Lui.

Nel cuore di Teresa, l'Amore crede e spera con tutte le capacità del suo cuore di donna, cioè come Sposa e Madre, Figlia e Sorella. Sentiremo in rapporto con la speranza, ciascuna di queste quattro "corde" del cuore di Teresa, spesso paragonato da lei a una "lira" .

Vedremo soprattutto i nuovi orizzonti della speranza che la santa apre per la Chiesa di oggi. La sua nuova e sconvolgente scoperta della Misericordia Infinita è proprio la sorgente di questa dilatazione della speranza. E' una speranza illimitata, totale, questa "speranza per tutti" riscoperta recentemente da Hans Urs Von Balthasar. Così, possiamo già indicare i due aspetti più caratteristici della speranza di Teresa. Per se stessa, è la sua "fiducia audace di diventare una grande santa". Per gli altri, è la stessa fiducia audace della loro salvezza, anche quando sembra disperata, come per questo criminale Pranzini, chiamato da lei "il mio primo figlio". Tale sarà finalmente la sua speranza per i nemici della Chiesa, gli atei considerati da lei come fratelli. Patrona delle Missioni, Teresa è un esempio luminoso per la Chiesa di oggi, chiamata a farsi sorella di ogni essere umano, e a farsi testimone dell'Amore di Cristo. La santa aveva infatti definito la sua vocazione, in cielo come in terra, con queste semplici parole: "Amare Gesù e farlo amare" (LT 220). La sua visione è sempre profondamente cristocentrica, e vedremo come tutta la sua teologia vissuta della Misericordia e della Speranza non è altro che la teologia della Redenzione per mezzo del Sangue di Gesù.

Come la teologia di Teresa è una teologia vissuta e narrativa, ci sforzeremo di seguire il suo cammino di speranza. Così, la nostra prima parte, guidata dal Manoscritto A, avrà come tema la fiducia totale nella Misericordia di Gesù. La seconda parte, guidata dal Manoscritto C sarà l'approfondimento della stessa realtà come luce nelle tenebre, nel contesto drammatico della Passione di Teresa.

La fiducia totale nella Misericordia Infinita di Gesù

Nel Manoscritto A, scritto tra gennaio 1895 e gennaio 1896, Teresa racconta la sua vita, partendo dall'infanzia fino all'avvenimento culminante di questo primo periodo: l'Offerta all'Amore Misericordioso (9 giugno 1895).

"La fiducia audace di diventare una grande Santa"

Nel racconto dell'infanzia, troviamo una pagina di grande interesse riguardo alla speranza di Teresa per se stessa, la speranza di giungere alla più alta santità, o piuttosto, secondo le sue parole, la "fiducia audace di diventare una grande santa".   Parlando del suo grande amore per la lettura, la nostra santa scrive:

"Leggendo i racconti delle gesta patriottiche delle eroine Francesi, in particolare quelle della Venerabile GIOVANNA D’ARCO, avevo un grande desiderio di imitarle, mi sembrava di sentire in me lo stesso ardore da cui erano animate, la stessa ispirazione Celeste: allora ricevetti una grazia che ho sempre ritenuto come una delle più grandi della mia vita, poiché a quell’età non ricevevo luci come adesso che ne sono inondata. Pensai che ero nata per la gloria, e mentre cercavo il mezzo di giungervi, il Buon Dio mi ispirò i sentimenti che ho appena scritto. Mi fece capire anche che la mia gloria non sarebbe apparsa agli occhi mortali, che consisteva nel divenire una grande Santa!!!... Questo desiderio potrebbe sembrare temerario se si considera quanto ero debole e imperfetta e quanto lo sono ancora dopo sette anni passati in religione: tuttavia sento sempre la stessa fiducia audace di diventare una grande Santa, perché non faccio affidamento sui miei meriti visto che non ne ho nessuno, ma spero in Colui che è la Virtù, la Santità Stessa, è Lui solo che accontentandosi dei miei deboli sforzi mi eleverà fino a Lui e, coprendomi dei suoi meriti infiniti, mi farà Santa" (Ms A, 32r).

Abbiamo qui un bel esempio della rilettura che la carmelitana fa della sua vita quando scrive questo Manoscritto A, dopo sette anni al Carmelo. Tanti fatti dell'infanzia o dell'adolescenza, apparentemente insignificanti, sono invece riletti ed interpretati da Teresa come avvenimenti decisivi della sua vita . Ci sarebbe anche molto da dire sul rapporto di Teresa con Giovanna d'Arco, dal punto di vista della speranza, pensando anche al Poeta Charles Péguy, esattamente contemporaneo di Teresa (nato anche lui nel gennaio del 1873) e ugualmente affascinato dalla figura di Giovanna fin dall'infanzia. Dopo Teresa e nello stesso spirito, Péguy diventerà uno dei più grandi testimoni della speranza cristiana nel mondo moderno, tentato dalla disperazione . Giovanna, che era stata dichiarata venerabile nel 1894, sarà canonizzata nel 1920, cinque anni prima di Teresa. Poi la Chiesa riunirà le due giovani sante come patrone della Francia (dopo la Madonna).

Nel testo che abbiamo appena citato, è impressionante la certezza della speranza di Teresa per se stessa, espressa come "la confiance audacieuse de devenir une grande sainte". Non è più il bel sogno della bambina, ma la certezza matura e realista della carmelitana che ha sperimentato la propria debolezza ed imperfezione. Non è per niente "desiderio temerario", perché questa sicura speranza non si appoggia sui propri meriti, ma unicamente su quelli di Gesù .

Questa "fiducia audace di diventare una grande santa" è una componente essenziale della speranza di Teresa, che rimarrà sempre presente fino alla fine della sua vita. Sarà spesso riaffermata, con il desiderio di comunicare la stessa fiducia agli altri: le consorelle e i fratelli spirituali missionari, e finalmente a tutti quelli che riceveranno la sua dottrina spirituale. Questo è proprio il senso dell'esclamazione che troviamo all'inizio del Manoscritto B:

"Ah, se tutte le anime deboli e imperfette sentissero ciò che sente la più piccola fra tutte, l'anima della piccola Teresa, non una sola di esse dispererebbe di giungere in cima della montagna dell'amore!" (Ms B, 1v).

Nella simbologia di san Giovanni della Croce, questa cima della montagna significa proprio la santità. E Teresa usa proprio il vocabolario della speranza: "non una sola dispererebbe". La sua "piccola via di fiducia e d'amore" conduce sicuramente a questa cima, escludendo ogni forma di disperazione. La speranza di Teresa per se stessa ci appare già come speranza per gli altri.

Adesso, cercheremo soprattutto di approfondire questa dimensione della speranza per gli altri attraverso alcuni testi essenziali della nostra santa.

La speranza di Teresa per la salvezza del criminale Pranzini "suo primo figlio"

Dobbiamo specialmente fermarci sul bellissimo racconto che si trova al centro del Manoscritto A e che riunisce due esperienze fondamentali di Teresa: La "Grazia di Natale" e la salvezza del criminale Pranzini, chiamato da lei: "il mio primo figlio" (Ms A, 44v - 46v).

Nella notte del 25 dicembre 1886 la giovane sperimenta personalmente l'ammirabile scambio dell'Incarnazione. Ciò che Teresa chiama la "grazia della sua completa conversione" è secondo le sue parole "un piccolo miracolo" che riproduce esattamente nella sua vita il Mistero stesso del natale. Gesù la fa uscire dalle "fasce dell'infanzia" quando lui stesso entra nell'infanzia, nascendo da Maria che "lo avvolge nelle fasce" (cf Lc 2,7): "In quella notte nella quale Egli si fece debole e sofferente per il mio amore, Egli mi rese forte e coraggiosa" (Ms A, 44v). Teresa, che prima era una bambina, nel senso negativo dell'infantilismo, diventa una donna adulta e matura, come sposa e madre: sposa di Gesù Redentore e madre dell'uomo redento da lui, e questo all'età di 14 anni, prima della sua entrata al Carmelo. Già si verifica ciò che la carmelitana scriverà più tardi per definire la sua vocazione: "essere tua sposa, o Gesù (...) essere nella mia unione con te madre delle anime"

Nel suo testo, la santa passa immediatamente dalla culla alla croce, raccontando una profonda grazia di comunione all'ammirabile scambio della Redenzione tra il Crocifisso e tutti i peccatori, grazia ricevuta nei mesi di luglio e agosto del 1887. Il punto di partenza era uno sguardo nuovo su un'immagine nel suo messale. Questo fatto è tipico: Nell'esperienza mistica di Teresa, non cè niente di straordinario, ma le più grandi grazie vengono ricevute attraverso dei piccoli fatti, apparentemente banali. Ascoltiamo dunque il racconto della nostra santa:

"Una Domenica, guardando una fotografia di Nostro Signore in Croce, fui colpita dal sangue che cadeva da una delle sue mani Divine, provai un grande dolore pensando che quel sangue cadeva a terra senza che nessuno si desse premura di raccoglierlo, e decisi di tenermi in spirito ai piedi della Croce per ricevere la rugiada Divina che ne sgorgava, comprendendo che avrei dovuto in seguito spargerla sulle anime ... Anche il grido di Gesù sulla Croce mi riecheggiava continuamente nel cuore: “Ho sete !” Queste parole accendevano in me un ardore sconosciuto e vivissimo... Volevo dar da bere al mio Amato e io stessa mi sentivo divorata dalla sete delle anime. Non erano ancora le anime dei sacerdoti che mi attiravano, ma quelle dei grandi peccatori: bruciavo dal desiderio di strapparli alle fiamme eterne" (Ms A, 45v.).

In realtà, sull'immagine che rappresenta la Maddalena ai piedi della Croce , non si vede la minima traccia di sangue (secondo il gusto "desincarnato" dell'arte religiosa in Francia all'epoca). Tuttavia, con gli occhi della fede, Teresa contempla la realtà più importante che è proprio questo Sangue della Redenzione, simboleggiato dalla la Rugiada, fonte di vita per i fiori . La decisione di Teresa è fondamentale per tutta la sua vita, ed esprime con una perfetta sicurezza teologica la sua "cooperazione" al Mistero della Redenzione. Non si tratta certo di aggiungere qualcosa al Sangue di Gesù, unica fonte della salvezza per tutti gli uomini, ma di raccogliere questo Sangue per comunicarlo agli altri. Questo è il vero senso della "Mediazione" e della "Corredenzione" di Maria e della Chiesa, come "Mediazione materna". Infatti Maria presente al primo posto vicino alla Croce di Gesù rappresenta perfettamente la Chiesa orante che raccoglie il Sangue della Redenzione per comunicarlo a tutti gli uomini e che intercede per loro con cuore di Madre. Ed è il Redentore stesso, quando compie l'opera della Redenzione versando il suo Sangue sulla Croce, che estende la sua maternità all'uomo redento: "Ecco il tuo Figlio". Così, appena Teresa ha preso questa decisione, subito riceve da Gesù come "primo figlio" l'uomo più disperato che si poteva trovare: Pranzini, un criminale condannato alla pena di morte e impenitente. Qui bisogna citare per intero il racconto di Teresa riguardo alla morte e alla salvezza eterna di quest'uomo, ghigliottinato il 31 agosto 1887:

"Sentii parlare di un grande criminale che era appena stato condannato a morte per dei crimini orribili: tutto faceva credere che sarebbe morto nell’impenitenza. Volli ad ogni costo impedirgli di cadere nell’inferno; allo scopo di riuscirvi usai tutti i mezzi immaginabili: capendo che da me stessa non potevo nulla, offrii al Buon Dio tutti i meriti infiniti di Nostro Signore, i tesori della Santa Chiesa; infine pregai Celina di far dire una messa secondo le mie intenzioni, non osando chiederla di persona nel timore di essere costretta a confessare che era per Pranzini, il grande criminale. Non volevo nemmeno dirlo a Celina, ma mi fece delle domande così affettuose ed insistenti che le confidai il mio segreto; invece di prendermi in giro mi chiese di aiutarmi a convertire il mio peccatore: accettai con riconoscenza, perché avrei voluto che tutte le creature si unissero a me per implorare la grazia per il colpevole. Sentivo in fondo al cuore la certezza che i nostri desideri sarebbero stati esauditi; ma allo scopo di darmi coraggio per continuare a pregare per i peccatori, dissi al Buon Dio che ero sicurissima che avrebbe perdonato al povero disgraziato Pranzini, che l’avrei creduto anche se non si fosse confessato e non avesse dato alcun segno di pentimento, tanto avevo fiducia nella misericordia infinita di Gesù, ma che gli domandavo soltanto “un segno” di pentimento per mia semplice consolazione... La mia preghiera fu esaudita alla lettera! Malgrado il divieto che il Papà ci aveva dato di leggere i giornali, pensavo di non disobbedire leggendo i brani che parlavano di Pranzini. Il giorno dopo la sua esecuzione mi trovo sotto mano il giornale: “La Croix”. L’apro in fretta e cosa vedo?... Ah! le lacrime tradirono la mia emozione e fui costretta a nascondermi... Pranzini non si era confessato, era salito sul patibolo e stava per passare la testa nel lugubre foro, quando a un tratto, colto da una ispirazione improvvisa, si volta, afferra un Crocifisso che il sacerdote gli presentava e bacia per tre volte le piaghe sacre!... Poi la sua anima andò a ricevere la sentenza misericordiosa di Colui che dichiarò che in Cielo ci sarà più gioia per un solo peccatore che fa penitenza che per 99 giusti che non hanno bisogno di penitenza!" (Ms A, 45v-46r)..

Il racconto di Teresa è molto forte e profondamente teologico. Tra tutti gli scritti dei santi, è sicuramente una delle pagine più belle sulla certezza della speranza, come speranza per un altro, una certezza che si appoggia sulla fede nella Redenzione e sulla carità come unico Amore del Redentore e dell'uomo redento . Bisogna riprendere alcune delle espressioni di Teresa, e anzitutto la sua affermazione iniziale riguardo a Pranzini: "Volli ad ogni costo impedirgli di cadere nell'inferno". Queste parole sono fondamentali per capire il senso della speranza nel suo rapporto con la fede e la carità. Teresa tiene fermamente un dato della fede, che è il reale pericolo dell'inferno, cioè della dannazione eterna per questo criminale condannato a morte che è sul punto di morire nell'impenitenza, senza chiedere perdono né a Dio né agli uomini. E' la situazione limite, apparentemente la più disperata. Ma se la fede afferma questo massimo pericolo dell'inferno per quest'uomo, la carità non può accettare la sua perdita eterna. Ed è proprio tra la fede e la carità che prende posto la speranza per la sua salvezza. La volontà di Teresa "d'impedirgli di cadere nell'inferno ad ogni costo" è proprio l'espressione della carità verso il prossimo, della carità che "crede tutto e spera tutto" per lui, crede e spera nella Misericordia infinita di Gesù. La stupenda certezza di Teresa riguardo alla salvezza di Pranzini, anche senza confessione e senza alcun segno di penitenza (parole sottolineate da lei) è proprio la certezza della speranza, ma di una speranza nuova, estrema, fondata su una nuova scoperta della Misericordia del Redentore. Il centro di gravità di tutto il racconto di Teresa si trova nelle sue parole: "Tanto avevo fiducia nella Misericordia Infinita di Gesù". Il segno di pentimento dato da Pranzini all'ultimo momento non era dunque assolutamente necessario, e la certezza di Teresa non si fonda su questo segno. Facendo celebrare per Pranzini il Sacrificio della Messa e pregando intensamente per lui, Teresa aveva la certezza di metterlo realmente a contatto con il Sangue del Redentore e di ottenere sicuramente la sua salvezza.

Tuttavia, l'ultimo gesto di Pranzini baciando la Croce è importante per riportare Teresa al suo punto di partenza, cioè all'immagine di Gesù Crocifisso, e così si conclude e culmina il racconto della carmelitana:

"Avevo ottenuto “il segno” richiesto e quel segno era l’immagine fedele delle (46v°) grazie che Gesù mi aveva fatto per attirarmi a pregare per i peccatori. Non era forse davanti alle piaghe di Gesù, vedendo colare il suo sangue Divino che la sete delle anime era entrata nel mio cuore? Volevo dar loro da bere quel sangue immacolato che avrebbe purificato le loro macchie, e le labbra del “mio primo figlio” andarono a incollarsi sulle piaghe sacre!!!... Che risposta ineffabilmente dolce!... Ah! dopo quella grazia unica, il mio desiderio di salvare le anime crebbe ogni giorno; mi sembrava di udire Gesù che mi diceva come alla samaritana: “Dammi da bere!” Era un vero e proprio scambio d’amore; alle anime davo il sangue di Gesù, a Gesù offrivo quelle stesse anime rinfrescate dalla sua rugiada Divina: così mi sembrava di dissetarlo e più gli davo da bere più la sete della mia povera piccola anima aumentava ed era questa sete ardente che mi dava come la più deliziosa bevanda del suo amore" (Ms A, 45v-46v).

L'espressione culminante del racconto si trova evidentemente nelle parole: "Il mio primo figlio". Per la prima volta, all'età di 14 anni, prima di entrare al Carmelo, Teresa è diventata Madre di un uomo salvato da Cristo, unico Redentore di tutti. Fedele alla sua precedente decisione di stare ai piedi della sua Croce per raccogliere il suo Sangue e spargerlo sulle anime più bisognose, Teresa si è inserita nell'ammirabile e terribile scambio della Redenzione, in questa relazione dinamica e drammatica tra l'Unico Redentore e tutti gli uomini peccatori redenti da Lui . Gesù ha dato la vita a coloro che gli hanno dato la morte, ha dato per amore il suo Sangue a coloro che lo hanno sparso ingiustamente. Come unico Amore di Gesù e del prossimo, la carità di Teresa diventa questo "vero e proprio scambio d'Amore" così perfettamente espresso da lei: "Alle anime davo il Sangue di Gesù, a Gesù offrivo le stesse anime rinfrescate dalla sua rugiada divina", cioè dallo stesso Sangue. In questo "scambio d'amore" della Redenzione, Teresa vive già la sua vocazione di Sposa e di Madre. E' la Madre che comunica la vita di Gesù alle anime, è la Sposa che dà da bere al suo Amato con il dono delle stesse anime. Ma l'aspetto sponsale sarà più evidente e più esplicito a partire dalla Professione Religiosa di Teresa, come lo vedremo più avanti. Adesso, nel racconto della salvezza di Pranzini, è più evidente l'aspetto della maternità.

Per caratterizzare l'esperienza di Teresa, possiamo riprendere l'espressione di Giovanni Paolo II nella Redemptoris Mater come titolo della Terza parte: "La Mediazione Materna". Ed è inseparabilmente la mediazione di Maria e della Chiesa. Maria non era rappresentata sull'immagine di cui ci parlava Teresa (ma solo la Maddalena), e non è nominata nel suo racconto, ma si può palare di una "mariologia implicita" .   Maria Santissima è per eccellenza la donna che sta vicino alla Croce di Gesù nella pienezza della fede, della speranza e dell'amore, e che diventa Madre dell'uomo redento per la fecondità del Sangue del Redentore e per la potenza della sua Parola "Donna, ecco il tuo figlio" (Gv 19,26). Tutta la Chiesa condivide misteriosamente questa Maternità verginale di Maria, e specialmente la donna cristiana, la donna santa. In Teresa di Lisieux come in Caterina da Siena , il riferimento al Sangue di Gesù è essenziale per mostrare il vero senso di questa mediazione materna. Tutta la salvezza è contenuta nel Sangue di Gesù, unico Redentore, unico Mediatore della Salvezza. Bisogna sempre ripetere che questa   "Mediazione Materna" di Maria e della Chiesa non consiste in nessun modo ad aggiungere qualcosa al Sangue di Gesù, ma solo a comunicarlo a questi figli salvati da Lui.

 

Un "cuore di madre": La stessa speranza vissuta con Maria

Per fortuna, Teresa ha esplicitato meravigliosamente questa dimensione mariologica di questa sua esperienza di mediazione materna in un testo quasi contemporaneo del Manoscritto A. Si tratta dell'operetta teatrale La Fuga in Egitto (RP 6), rappresentata il 21 gennaio 1896 per la festa della priora e sorella, madre Agnese di Gesù. La vigilia di questo giorno, Teresa aveva consegnato alla sorella il quaderno del Manoscritto A, appena finito.

Il leit-motiv di questa operetta è "un cuore di madre". La carmelitana ha immaginato un bellissimo dialogo tra Maria la Madre di Gesù e Susanna la Madre di Dimas, il futuro buon ladrone del Vangelo. Maria è la Vergine Madre, l'Immacolata, invece Susanna è una peccatrice, una pagana, la moglie di un bandito. Eppure le due donne sono vicine e si capiscono perché tutte e due hanno "un cuore di madre". Scrivendo questo dialogo, Teresa rivela evidentemente il suo proprio cuore di madre, ed è sicuramente il suo testo più importante sull'amore materno, su questa "corda" essenziale del suo cuore di donna. Il momento culminante del dialogo è quando Teresa attribuisce alla Vergine Maria delle parole che corrispondono esattamente alla sua prima esperienza di maternità spirituale riguardo a Pranzini. Il piccolo Dimas è stato appena guarito dalla sua lebbra per la potenza di Gesù Bambino, e Susanna dice a Maria il suo timore che Dimas poi faccia il male, diventando un bandito come suo padre. Nella risposta di Maria ritroviamo esattamente le espressioni e le tematiche del racconto della salvezza di Pranzini. Ecco le parole che Teresa attribuisce alla Madonna:

"Certo, coloro che voi amate offenderanno il Dio che li ha colmati di ogni bene. Tuttavia, abbiate fiducia nella Misericordia Infinita del Buon Dio; è così grande da cancellare i più grandi crimini quando trova un cuore di madre che pone in essa tutta la sua fiducia. Gesù non desidera la morte del peccatore, ma che si converta e viva in eterno. Questo Bambino, che senza sforzo ha guarito vostro figlio dalla lebbra, lo guarirà un giorno da una lebbra ben più pericolosa. Allora un semplice bagno non basterà più; occorrerà che Dimas sia lavato nel Sangue del Redentore. Gesù morirà per dare la vita a Dimas ed egli entrerà nel Regno Celeste nello stesso giorno del Figlio di Dio" (RP 6, 10r).

Teresa aveva inventato una parabola narrativa tra due testi del vangelo: La fuga in Egitto (Mt 2, 13-19) e la salvezza "in extremis" del Buon Ladrone (Lc 23, 39-43), crocifisso insieme a Gesù. Allora, Maria sarà presente con tutto il suo "cuore di Madre" trafitto dalla spada di dolore (cf Lc 2,34-35), un cuore pienamente aperto al Figlio Salvatore e al figlio peccatore salvato. Qui, Teresa esplicita la dimensione mariana della sua prima esperienza di maternità. E' Maria che insegna alla Chiesa, e specialmente alla donna nella Chiesa, questa totale fiducia di "un cuore di madre" nella Misericordia Infinita per ottenere sicuramente la salvezza del figlio peccatore, anche se è colpevole dei "più grandi crimini", di "crimini orribili". "Abbiate fiducia nella Misericordia Infinita del Buon Dio", dice qui Maria. "Tanto avevo fiducia nella Misericordia Infinita di Gesù", scriveva Teresa a proposito di Pranzini. Troviamo lo stesso riferimento al Sangue di Gesù nei due testi. L'infinita Misericordia divina salverà sicuramente il peccatore, anche colpevole dei più grandi crimini, ma solo attraverso il Sangue del Redentore.

 

Un "cuore di Sposa" che spera la salvezza di tutti

Secondo le parole di Teresa, il luogo di riposo che Gesù cerca è "un cuore di figlia, un cuore di sposa" ("un coeur d'enfant, un coeur d'épouse" LT 144). La stessa fiducia che abbiamo contemplato in "un cuore di madre", si manifesta anche negli scritti di Teresa con le sfumature dell'amore filiale e dell'amore sponsale. Nelle sue ultime lettere al fratello spirituale Maurizio Bellière, Teresa insisterà sulla "fiducia filiale" (LT 247 e 254), con l'esempio del bambino che si getta nelle braccia del Padre. Questo aspetto della "infanzia spirituale" è molto conosciuto.

Tuttavia, la speranza di Teresa per gli altri trova la sua espressione più estrema come "fiducia sponsale", nella preghiera scritta da lei il giorno stesso della sua Professione Religiosa, l'8 settembre 1890:

"O Gesù, mio Sposo divino (...)Che io non cerchi e non trovi mai che te solo e le creature non siano niente per me e io non sia niente per loro, ma tu, Gesù, sii tutto (...). Gesù, non ti domando che la pace, e poi l'amore: l'amore infinito senza altro limite che te, l'amore che non sia più io, ma tu, o mio Gesù (...) Fammi comprendere ciò che dev'essere una sposa per te. Fa’ che io non sia mai di peso alla comunità, ma che nessuno anche si occupi di me: che io sia considerata come calpestata, dimenticata come un tuo granellino di sabbia, Gesù (...) Gesù, fa’ che io salvi molte anime: oggi non ce ne sia una sola di dannata (...) Gesù, perdonami se dico cose che non bisogna dire: io voglio solo rallegrarti e consolarti"(Pr 2).

Infatti, nel tempo di Teresa, non bisognava dire queste cose. Si pensava che la dannazione di tante anime ogni giorno era una cosa inevitabile. Tra tutti quelli che muoiono ogni giorno, molti, forse la maggioranza, cadono nell'inferno. Invece la Sposa chiede con fiducia allo Sposo che nessuna delle persone che muoiono oggi sia dannata. Ed è sicuramente una preghiera che Teresa rinnova ogni giorno. Sperare, per la Sposa di Gesù, significa allora "sperare per tutti" .

Il Manoscritto A si conclude con il racconto dell'Offerta all'Amore Misericordioso, che è veramente il cuore della spiritualità di Teresa, la sua proposta di santità per tutti i battezzati. Ed è proprio lì che la nostra santa afferma: "A me Egli ha dato la sua Misericordia Infinita ed è attraverso essa che contemplo e adoro le altre perfezioni divine!" (Ms A, 83v). L'Atto d'Offerta all'Amore Misericordioso esprime perfettamente la stessa speranza della Sposa di Gesù, inseparabilmente "salvare le anime" e "essere Santa" .

 

La Luce nelle Tenebre: la Passione di Teresa

Il Manoscritto C, scritto nel giugno 1897 è il filo narrativo dell'ultimo periodo della vita di Teresa, più bello, più drammatico, e sicuramente più moderno. Secondo le sue parole, Gesù "non cambia la sua via" (Ms C, 31r) di fiducia e d'Amore. E' sempre "l'Amore che crede tutto e spera tutto", che crede in Gesù Salvatore di tutti e che spera la sua salvezza eterna per tutti. Ma lo stesso Amore che abbiamo contemplato come Amore di Madre, di Sposa e di Figlia, si manifesta adesso nella pienezza dell'Amore fraterno. Teresa scopre pienamente la "corda fraterna" del suo cuore. Diventa totalmente sorella, sorella universale, non solo per le carmelitane della sua comunità e i suoi fratelli spirituali, ma anche per i più lontani, per i nemici della Chiesa, per gli atei. La piena scoperta della carità come Amore fraterno è uno degli aspetti più caratteristici di tutto il Manoscritto C.

Tutto ciò che era scritto prima rimane vero, ma con una dimensione completamente nuova di "teologia vissuta" della Redenzione, una nuova partecipazione alla Passione di Gesù, come passione del corpo e sopratutto dell'anima, quella passione interiore rivelata nell'Agonia del Getsemani.

Le prime pagine del Manoscritto C mostrano come rimane sempre vivo nel cuore di Teresa il desiderio della santità, con la stessa "fiducia audace di diventare una grande santa". Proprio qui si trova il famoso racconto della scoperta della "piccola via" o dell'"ascensore" per giungere sicuramente alla santità, rimanendo piccola, anzi diventando sempre più piccola .

Le pagine seguenti sono lo sconvolgente racconto della grande prova, giustamente chiamata "la passione di Teresa". Cercheremo di leggere attentamente questo racconto, di penetrare nella sua drammatica profondità e di cogliere il suo straordinario contenuto di fede, di speranza e di amore.

Tutto comincia nella Pasqua del 1896. La Passione del corpo inizia nella notte del Giovedì santo al Venerdì santo, con la prima manifestazione della malattia che condurrà Teresa alla morte. La santa accoglie questo segno proprio nella dimensione della speranza del Cielo:

"Gesù volle darmi la speranza di andare presto a vederlo in Cielo... Oh, come è dolce questo ricordo (...) Ah, avevo l'anima piena di grande consolazione, ero intimamente persuasa che Gesù, nel giorno anniversario della sua morte, voleva farmi udire un primo invito! Era come un dolce e lontano mormorio, che mi annunciava l'arrivo dello Sposo (...) La speranza di andare in Cielo mi faceva esultare di gioia. Quando arrivò la sera di questo giorno felice, ci ritirammo in cella per riposare, ma come la notte precedente il Buon Gesù mi diede lo stesso segno che il mio ingresso nella vita Eterna non era lontano" .

Ed è proprio in questo clima di nuova ed intensa speranza del Cielo, nella vicinanza della morte, che Teresa comincia il racconto della Passione della sua anima, ma presentata piuttosto sotto l'aspetto della fede e definita da lei stessa come "prova contro la fede" (Ms C, 31r):

"Godevo allora di una fede così viva, così chiara, che il pensiero del Cielo era tutta la mia felicità, non riuscivo a credere che ci fossero degli empi i quali non avessero la fede. Credevo che parlassero contro il loro stesso pensiero negando l'esistenza del Cielo, del bel Cielo dove Dio Stesso vorrebbe essere la loro eterna ricompensa. Nei giorni tanto gioiosi del tempo pasquale, Gesù mi ha fatto sentire che ci sono veramente delle anime che non hanno fede, che per l'abuso delle grazie perdono questo tesoro prezioso, sorgente delle sole gioie pure e vere. Egli ha permesso che la mia anima fosse invasa dalle tenebre più fitte e che il pensiero del Cielo così dolce per me non fosse più altro che un motivo di lotta e di tormento... Questa prova non sarebbe durata solo alcuni giorni, alcune settimane: sarebbe svanita solo nell'ora stabilita dal Buon Dio e... quell'ora non è ancora arrivata" (Ms C, 4v-5r).

Teresa scrive queste righe nel giugno del 1897, cioè più di un anno dopo la Pasqua del 1896. E' dunque una prova continua, che non finisce, e che durerà fino all'istante della morte. E' come una tela di fondo di tutta la sua vita durante quest'ultimo periodo. All'inizio del suo racconto, nelle parole che abbiamo appena ascoltato, Teresa ci descrive già con grande chiarezza la sua prova. Si tratta di una continua tentazione contro l'esistenza del Cielo, una tentazione che tocca inseparabilmente la fede e la speranza e che Teresa vive in relazione con gli atei del suo tempo. Non si tratta di una notte di purificazione personale, ma piuttosto di una partecipazione alla Redenzione per gli altri. Infatti, Teresa non parla del suo proprio peccato, ma del peccato di questi uomini del suo tempo che hanno scelto liberamente di rigettare la fede. E' molto significativo a questo riguardo ciò che scrive in una lettera esattamente contemporanea del Manoscritto C: “Non ho scelto una vita austera per espiare i miei peccati ma quelli degli altri” . Ma adesso, Teresa vive questa "espiazione" come una nuova ed intima partecipazione all'Agonia di Gesù.

Nel Getsemani, quando ha accettato di "bere il calice", il Redentore ha realmente e coscientemente preso nella sua anima la totalità delle tenebre del peccato del mondo, cioè di tutti gli uomini e di ciascuno personalmente. Come gli altri santi e grandi spirituali, Teresa ha la certezza che Gesù durante tutta la sua vita terrena conosceva ed amava personalmente ciascuno di noi, e specialmente nella sua Passione . Tale era già la certezza di Paolo quando affermava: "Il Figlio di Dio ha amato me e ha dato se stesso per me" (Gal 2,20). Secondo lo stesso Paolo, "Colui che era senza peccato" è veramente "diventato peccato per noi, affinché noi diventassimo in lui giustizia di Dio" (cf II Cor 5,21). I Padri della Chiesa, i Dottori del medioevo e i Mistici hanno specialmente approfondito questa misteriosa e sconvolgente "appropriazione del peccato" che è il cuore del Mistero della Redenzione .

Gesù è sempre al cuore di questa nuova esperienza di Teresa: "Gesù mi ha fatto sentire che ci sono veramente delle anime che non hanno fede. (...) Egli ha permesso che la mia anima fosse invasa dalle tenebre più fitte". Qui, il linguaggio della nostra santa è molto preciso dal punto di vista teologico. Non scrive infatti che Gesù "ha voluto" o "ha fatto", ma che "ha permesso" questa "invasione delle tenebre" nella sua anima. Le recenti ricerche storiche su Teresa ci hanno rivelato il drammatico fatto che sta dietro queste sue semplici parole . Come il Padre, volendo la nostra salvezza, ha permesso che il suo Figlio fosse crocifisso dai peccatori, così anche Gesù ha permesso che Teresa fosse profondamente ferita dall'ateismo del suo tempo.

Concretamente questo è avvenuto attraverso la lettura degli scritti del massone Leo Taxil sotto il nome di Diana Vaughan, testi apparentemente edificanti, ma in realtà estremamente pericolosi, perversi e velenosi. La penultima "Pia Ricreazione" di Teresa, intitolata "Il trionfo dell'umiltà" (PR 7), scritta nel giugno 1896, cioè all'inizio di questo periodo, è tutta ispirata alla storia di Diana e ci mostra come la santa ha assorbito tutto il veleno contenuto negli scritti di Taxil. Questa operetta teatrale di Teresa è l'unico fiore velenoso che troviamo nei suoi scritti, ma è importante per capire la profondità del suo dramma. Come i cattolici francesi del suo tempo, Teresa ha creduto a questa storia totalmente inventata da Taxil. Diana era presentata come una giovane americana convertita dalla massoneria alla fede cattolica grazie a Giovanna d'Arco. Come massone, Diana era stata Figlia prediletta di Lucifero e fidanzata al demonio Asmodeo; poi, come cattolica, diventava Figlia del Padre e Sposa di Gesù. Teresa aveva non solo pregato intensamente per lei, ma le aveva anche scritto mandando la sua foto nel ruolo di Giovanna d'Arco, sperando la sua entrata al Carmelo. Poi era venuta una risposta di Diana, evidentemente scritta da Taxil. Finalmente, nell'aprile del 1897, lo stesso Taxil aveva rivelato al pubblico la non esistenza di Diana, Figlia del Nulla e Sposa del Nulla. Teresa conosce tutta questa dolorosa verità quando scrive il Manoscritto C. I testi di Taxil erano un gioco perverso che metteva allo stesso piano il vero e il falso, l'essere e il nulla, Dio e il diavolo, il Cielo e l'Inferno, l'amore verginale di figlia e di sposa verso Dio e verso il diavolo. Ed è proprio questo veleno del nulla ("le néant") che ha penetrato nell'anima tanto sensibile di Teresa, provocando un profondo cambiamento "climatico" della sua vita, come le tenebre che hanno ricoperto la terra al momento della Passione di Gesù.

Infatti, lo stesso mondo che nelle prime pagine del Manoscritto A appariva come il "giardino di Gesù", illuminato dal Sole del suo amore (Ms A, 2v-3r), è diventato adesso il "triste paese delle tenebre", ma sempre visitato dalla sua Luce divina. Così infatti Teresa continua il racconto della sua prova:

"Vorrei poter esprimere ciò che sento, ma ahimé, credo che sia impossibile. Bisogna aver viaggiato sotto questo cupo tunnel per capirne l'oscurità. Comunque cercherò di spiegarlo con un paragone. Immaginiamo che sia nata in un paese circondato da una fitta nebbia, mai ho contemplato l'aspetto ridente della natura, inondata, trasfigurata dal sole brillante; fin dalla mia infanzia è vero, sento parlare di queste meraviglie, so che il paese in cui mi trovo non è la mia patria, che ce n'è un altro verso il quale devo aspirare incessantemente. Non è una storia inventata da un abitante del triste paese in cui mi trovo, è una realtà certa perché il Re della patria del sole brillante è venuto a vivere 33 anni nel paese delle tenebre: ahimé! le tenebre non hanno affatto capito che questo Re Divino era la luce del mondo" (Ms, 5v-6r).

A questo punto, il racconto, che fa evidentemente riferimento al Vangelo di Giovanni (cf Gv 1,4-5), si trasforma in preghiera d'intercessione, una preghiera a Gesù per questi poveri fratelli atei che sono immersi nelle tenebre:

"Ma Signore, la vostra figlia l'ha capita la vostra luce divina, vi chiede perdono per i suoi fratelli, accetta di mangiare per quanto tempo vorrete il pane del dolore e non vuole affatto alzarsi da questa tavola piena di amarezza alla quale mangiano i poveri peccatori prima del giorno che avete stabilito... Così ella può dire a nome suo, a nome dei suoi fratelli: Abbiate pietà di noi Signore, perché siamo poveri peccatori!... Oh! Signore, rimandateci giustificati... Che tutti coloro che non sono affatto illuminati dalla luminosa fiaccola della Fede la vedano finalmente brillare... O Gesù se è necessario che la tavola insudiciata da essi sia purificata da un'anima che vi ama, accetto di mangiarvi da sola il pane della prova fino a quando vi piaccia introdurmi nel vostro regno luminoso. La sola grazia che vi domando è di non offendervi mai!" (ibid.).

Come Gesù e con lui, Teresa vive una misteriosa “comunione fraterna” con i peccatori. Seduta alla loro tavola “piena d’amarezza”, mangia con loro questo “pane del dolore”. Con Gesù, che è senza peccato e che diventa peccato per noi, Teresa si appropria molto profondamente il loro peccato, il peccato contro la fede. Ella descrive nel modo più sconvolgente questa presenza così dolorosa delle tenebre nel più intimo della sua anima:

"Ad un tratto le nebbie che mi circondano diventano più fitte, mi penetrano nell’anima e l’avvolgono in modo tale che non mi è più possibile ritrovare in essa l’immagine così dolce della mia Patria: tutto scomparso! Quando voglio far riposare il mio cuore stanco delle tenebre che lo circondano, ricordando il paese luminoso verso il quale aspiro, il mio tormento raddoppia. Mi sembra che le tenebre prendano la voce dei peccatori e mi dicano facendosi beffe di me: «Tu sogni la luce, una patria fragrante dei più soavi profumi; sogni il possesso eterno del Creatore di tutte queste meraviglie; credi di uscire un giorno dalle nebbie che ti circondano. Vai avanti, vai avanti, rallegrati della morte che ti darà non ciò che speri, ma una notte ancora più profonda, la notte del nulla!»

Le espressioni di Teresa sono spaventose. Questa voce delle tenebre è proprio voce della disperazione e della derisione, e la carmelitana sente questa voce non fuori, ma dentro la sua anima. Ma Teresa deve fermarsi, come lo dice subito alla sua priora: “L’immagine che ho voluto darle delle tenebre che oscurano la mia anima è tanto imperfetta quanto un abbozzo paragonato al modello; tuttavia non voglio andare avanti a scrivere: temerei di bestemmiare” . In tutto ciò, Teresa partecipa al Mistero dell’Agonia di Gesù, quando il Redentore portava nel più intimo della sua anima la totalità delle tenebre del peccato del mondo. Ma le tenebre non hanno spento la Luce nel Cuore di Gesù e nemmeno in quello di Teresa, ma è la Luce che ha vinto le tenebre. Per la carmelitana, è la vittoria della fede, di una fede eroica, in tutta la sua forza e purezza, di una fede unita alla speranza e alla carità: amore dei fratelli e speranza della loro salvezza:

“Credo di aver fatto più atti di fede da un anno fino ad ora che non durante tutta la mia vita. Ad ogni nuova occasione di lotta, quando i miei nemici vengono a sfidarmi, mi comporto da coraggiosa: sapendo che è viltà battersi in duello, volto le spalle ai miei avversari senza degnarli di uno sguardo: corro verso il mio Gesù, Gli dico che sono pronta a versare fino all’ultima goccia il mio sangue per confessare che esiste un Cielo. Gli dico che sono felice di non godere quel bel Cielo sulla terra, affinché Egli lo apra per l’eternità ai poveri increduli" (Ms C 7r).

Di nuovo il racconto si trasforma in preghiera, nella quale si esprime la paradossale gioia dell'Amore che trasfigura ogni sofferenza:

"Così nonostante questa prova che mi toglie ogni godimento posso però esclamare: - «Signore voi mi colmate di gioia con tutto quello che fate» (Salmo XCI). Perché, c'è forse una gioia più grande di quella di soffrire per il vostro amore?... Più la sofferenza è intima, meno appare agli occhi delle creature, più vi rallegra, o mio Dio; ma se per assurdo voi stesso doveste ignorare la mia sofferenza, sarei felice lo stesso di possederla se per suo mezzo potessi impedire o riparare una sola colpa commessa contro la Fede" .

Teresa partecipa così alla sofferenza redentrice di Gesù che sola ha potuto “riparare” i nostri peccati. Come Maria presso la Croce, ella vive la sua “kenosi della fede" , cioè la fede più oscura, la più dolorosa e nello stesso tempo la più forte nell’adesione amorosa della volontà. Questa "kenosi" della fede e della speranza viene ancora fortemente espressa da un altro simbolo: il "velo" della fede che diventa un "muro":

"Madre amata, forse le sembra che io esageri la mia prova: in effetti se giudica dai sentimenti che esprimo nelle piccole poesie che ho composto quest'anno, devo sembrarle un'anima piena di consolazioni e per la quale il velo della fede si è quasi squarciato, eppure... non è più un velo per me, è un muro che si alza fino ai cieli e copre il firmamento stellato... Quando canto la felicità del Cielo, il possesso eterno di Dio, non provo alcuna gioia, perché canto semplicemente ciò che VOGLIO CREDERE"

Come punto finale del racconto della sua prova, Teresa esprime il suo grande ed unico desiderio: "quello di amare fino a morire di amore", aggiungendo tra parentesi la data del 9 giugno, chiaro riferimento all'Offerta all'Amore Misericordioso, fatta esattamente due anni prima, il 9 giugno 1895.

Vorrei finire questo percorso citando semplicemente le parole di Teresa nella sua ultima lettera al Padre Roulland. Mi sembra che sia la più bella espressione della sua speranza:

"Ah, fratello mio, lo sento, le sarò molto più utile in Cielo che sulla terra ed è con gioia che vengo ad annunciarle il mio ingresso ormai prossimo in questa beata città, sicura che lei condividerà la mia gioia e ringrazierà il Signore di darmi i mezzi per aiutarla più efficacemente nelle sue opere apostoliche. Conto proprio di non restare inattiva in Cielo: il mio desiderio è di continuare a lavorare per la Chiesa e per le anime; lo chiedo al buon Dio e sono certa che mi esaudirà. Gli Angeli non si occupano continuamente di noi senza mai smettere di contemplare il Volto divino, di perdersi nell’Oceano senza sponde dell’Amore3? Perché Gesù non mi dovrebbe permettere di imitarli? Fratello mio, lei vede che se io lascio già il campo di battaglia, non è certo col desiderio egoistico di riposarmi. Il pensiero della beatitudine eterna fa trasalire appena il mio cuore. Da molto tempo la sofferenza è divenuta il mio Cielo quaggiù e faccio fatica a capire come potrei acclimatarmi in un Paese in cui regna una gioia piena senza alcuna tristezza. Occorrerà che Gesù trasformi la mia anima e le doni la capacità di gioire, altrimenti non potrò sopportare le delizie eterne. Quel che mi attira verso la patria dei Cieli, è la chiamata del Signore, è la speranza di amarlo finalmente come l’ho tanto desiderato e il pensiero che potrò farlo amare da una moltitudine di anime che lo benediranno eternamente" .


AUTOR: Fr. François-Marie Léthel OCD

 

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