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La conversione: la necessità di un ritorno a Dio In questo ritiro spirituale la meditazione, è stata una mia scelta, è sul tema della conversione, un tema quaresimale per eccellenza, ma con una urgenza che credo sia da rinnovarsi soprattutto oggi, in cui si registra all’interno della Chiesa forse una certa stanchezza, dopo quel tempo di conversione generale che era stato segnato molto dal Concilio. Oggi per molte ragioni, io credo, abbiamo bisogno di nuovo di un tempo in cui la grazia del Signore si faccia più presente nelle nostre vite, dunque abbiamo bisogno, per ricevere questa grazia, di un “popolo ben disposto”, per usare i termini del Nuovo Testamento, là dove dice che Giovanni era stato inviato per preparare un popolo ben disposto al Signore.

Ogni anno c’è il tempo della quaresima che vuole essere un vero e proprio sacramento da viversi, un sacramento di conversione; però ci sono anche dei tempi, delle epoche, forse degli anni che con ogni probabilità portano questa urgenza in modo più evidente.

II cristiano è un uomo che cerca di stare in stato di conversione, che si converte, ancora e poi ancora; che ricomincia sempre la sua vita, che riparte nel cammino verso il Regno. La conversione, per il cristiano, è una esigenza permanente, non è un evento, un fatto che stia nel passato, alle spalle, e di cui si è garantiti in modo definitivo. Certo il cristiano, attraverso il battesimo e poi nel momento in cui assume il battesimo come sua forma di esistenza e di vita, prende una decisione di fondo, dà una risposta alla chiamata del Signore, fa una scelta, una opzione fondamentale nella sua vita. Però poi, lo sappiamo tutti, a questa scelta di fondo, a questa opzione fondamentale seguono delle contraddizioni. E’ la nostra esperienza quotidiana, l’esperienza della caduta, del fallimento, del venire meno, della non adeguatezza rispetto alla chiamata del Signore e rispetto al cammino che abbiamo deciso, voluto, assunto con tutto il nostro essere.

Ecco allora la necessità della conversione, del mutamento; la necessità di un ritorno a Dio sulla strada che si è abbandonata. Si tratta di cambiare direzione. Questa volontà, questo desiderio o proposito di conversione, perché emerge nel cristiano, perché emerge in ciascuno di noi?

Per diverse ragioni, le quali sono di volta in volta messe in evidenza nella Sacra Scrittura; diverse ragioni che ci colgono in tempi diversi e in modo diverso, che possono essere più pregnanti, più importanti per qualcuno di noi rispetto ad altri.

La prima ragione che ci spinge alla conversione nasce dalla coscienza di esserci spinti su un cammino di male e di morte. Alcune volte nella nostra vita ci rendiamo conto che abbiamo scelto, percorso, una strada che non ci porta al bene, alla beatitudine, alla vita. Anzi, il nostro desiderio di bonum è contraddetto proprio dal cammino che stiano facendo, e allora nasce in noi il desiderio di conversione.

L’altra ragione per cui decidiamo un cammino di conversione dipende dalla coscienza di essere destinatari di una promessa da parte di Dio, una promessa che ci precede, una promessa di vita, una promessa di qualcuno che noi amiamo e di cui facciamo l’esperienza dell’amore. Questa promessa, questo bene, genera in noi un desiderio di tornare al Padre.

Ce ne sono tante intermedie, ma dico soltanto queste due ragioni: una che parte dalla nostra situazione negativa, l’altra che parte invece da un bene, da una situazione positiva che ci viene posta dal Signore. Da questa coscienza, da questa esperienza, nasce il bisogno di ritornare.

Questa idea di cambiamento è stata espressa già nell’Antico Testamento dal verbo ebraico “shuv”   (ritornare) e poi da tutti i termini che hanno “shuv” come radice. Questa espressione è stata tradotta dai Settanta in almeno ottanta espressioni: rendetevi conto di quanto è ricco il vocabolario ebraico! Però sono soprattutto due le espressioni greche che ritornano: una è “epistrofein” (cambiare direzione, volgersi) e l’altra, quella sentita di più da cui abbiamo “metanoia”, “metanoein”(convertirsi), dove però questo termine si carica anche di un significato che indica pentimento. In latino è stato proprio tradotto “pentirsi” e, in una traduzione di qualche decennio fa, nella Bibbia si trova sempre “Pentitevi”.

“Ritornare al Signore”: quasi sempre è usata questa espressione, tornare dalla condotta precedente al Signore, dalla condotta cattiva al Signore, dal male al Signore, dal peccato al Signore, dalle cattive azioni e dagli idoli al Signore.

Vedete, questa espressione della conversione indica sempre un movimento che abbandona, tralascia una situazione negativa, e la direzione è sempre il Signore: è molto importante questo. Lo dico perché nella vita cristiana, più è religiosa, più magari si parla di conversione, più si è tentati di fare sì un movimento di conversione, ma che non ha come termine il Signore, ha come termine mille altre cose.

Anche nell’Antico Testamento è successo questo: i profeti hanno sempre predicato di ritornare al Signore, ma quando c’è stata un’ora in Israele in cui hanno prevalso gli uomini religiosi, al momento di Esdra e Neemia, è significativo, trovate in Nee 9,29: “Ritornare alla legge”. Attenzione: la torà è la legge di Dio, ma tuttavia qui si dice ritornare alla legge, all’osservanza, cioè succede nella vita dei credenti che a un certo punto qualcosa diventa una specie di diaframma tra il Signore e noi, è facilissimo.

La stessa cosa avviene in ambito liturgico: i testi profetici dicono: “Servirai il Signore”, i testi degli uomini religiosi, più tardi, diranno: “Tu servirai l’altare”. Cose pie, sante; ma, vedete, che quando invece dei servire il Signore si comincia a dire “il servizio dell’altare”, quando invece di tornare al Signore si tratta di tornare alla legge, anche se poi l’intenzione e il destinatario ultimo è il Signore, comunque noi mettiamo un diaframma e, qualche volta, finiamo col dare più importanza al diaframma che si impone, che non invece al Signore.

Succede anche a livello quotidiano: quando uno di noi, sentendo un’esigenza di rinnovamento della vita, di un cambiamento, pone come termine il tralasciare un comportamento negativo, ma senza vedere il termine che questo significa (comunione col Signore, vicinanza col Signore, ritorno a Lui), in qualche misura mette ancora un diaframma e non fa ancora un cammino di conversione.

Noi molte volte vogliamo tralasciare dei nostri atteggiamenti che giudichiamo cattivi, ma dobbiamo chiederci se li vogliamo tralasciare perché vogliamo tornare al Signore (perché davvero il problema è la comunione col Signore), o se invece perché quell’atteggiamento ci pare a nostro giudizio che non ci porti al Regno.

Ritornare da una situazione negativa, il peccato, ritornare dalla ribellione, da quella lontananza con Dio. In fondo, credo che dovremmo sempre tenere presente che, dinanzi a noi sta una discriminante: o Dio o gli idoli. La voce di Dio chiede a noi una risposta: assenso a Lui, e significa rifiuto degli idoli; o assenso agli idoli, e significa allora rifiuto di Dio. Non si tratta di porre i termini bianco e nero, ma c’è un dualismo a cui l’uomo è messo davanti.

La Bibbia fa emerge il dualismo delle due vie: la via della vita e quella della morte. Pensate al Salmo 1, pensate soprattutto la via delle benedizioni e delle maledizioni nelle celebrazioni dell’alleanza testimoniate dal Deuteronomio.

Su questo primo punto voglio proprio consegnarvi un testo che è molto importante: Giosuè 24 in cui ci è dato un paradigma, affinché ci collochiamo di fronte alla scelta. Il popolo, uscito dall’Egitto, condotto da Giosuè, è entrato nella terra promessa, si riunisce a Sichem in assemblea; ha passato il Giordano ed è ormai nella sua terra. Ebbene, mentre è in assemblea, Giosuè ricorda la storia del popolo di Israele dalla sua nascita: la vocazione di Abramo, l’uscita dall’Egitto, la conquista della terra. Dunque porta il popolo a percepire quello che Dio ha fatto: Dio ha chiamato, Dio ha liberato, Dio ha donato. Le tre azioni di Dio per cui ormai il popolo è costituito. Al v.14 Giosuè dice: “Temete dunque il Signore e servitelo con integrità e fedeltà; eliminate gli idoli che i vostri padri hanno servito oltre il fiume, in Egitto, e che sono qui. Servite il Signore”.

Ecco la discriminante. E’ un testo che ci intriga sempre, perché pone la testimonianza di una via diversa da quella che siamo abituati all’interno della nostra pastorale: Giosuè, anziché invitare il popolo a servire Dio, cerca di dissuaderlo. “Scegliete oggi chi volete servire se gli dei o il Signore; guardate, state attenti, voi non potete servire il Signore perché è un Dio santo, è un Dio geloso”. Il popolo dice: “Serviremo il Signore”, e c’è l’alleanza.

Possiamo dire che, dopo questo brano, la storia del popolo di Dio, d’Israele, della Chiesa, è poi la storia della contraddizione a questa alleanza: o scegliete Dio e rifiutate gli idoli, o scegliete gli idoli e rifiutate il Signore. Guardate che è difficile servire il Signore, dice Giosuè; quasi dissuade, state attenti. Il popolo vuole questa alleanza, ma poi la storia non è altro che una storia di contraddizioni a questo patto.

Ecco, di qui allora davvero capite la necessità di ritornare, la necessità della conversione, nella misura in cui si attesta l’immagine del camminare verso Dio, a Dio, del camminare con Dio, dell’andare al suo volto, cercare il suo volto, gustare la sua presenza. Ecco, allora che c’è questo cammino verso di Lui, che è un ritorno. L’idolatria, il peccato, diventa un uscire dalla strada, un errare, un cambiare direzione per ritornare e convertirsi e riprendere questo cammino.

Da quel ricco vocabolario dell’Antico Testamento per dire ritornare, e poi del greco con diverse espressioni, capiamo che la conversione è un cambiamento profondo che coinvolge tutta la persona, non è semplicemente il cambiamento di un pensiero intellettuale: è cambiamento dell’intelletto, se volete dello spirito, è cambiamento del cuore come sede delle cose che amiamo; ma anche cambiamento del nostro comportarci, del nostro operare.

E nello stesso tempo questo diventa anche un’apertura alla potenza di Dio, potenza che trasforma, che farà “nuova creatura” si dice nel Nuovo Testamento, che “ricomincia da capo” si dice anche.

Una cosa va detta subito: comunque la conversione è un cammino che ha Dio all’inizio e non noi. Questo è un linguaggio paradossale e capisco che potrebbe dar adito, se qualcuno peccasse di superficialità, ad una comprensione depauperata della conversione. Ma sono convinto che dire queste cose a voi è trovare un terreno di intelligenza; di conseguenza, dire che Dio sta all’inizio della nostra conversione non significa togliere a noi la responsabilità della risposta a Dio. La conversione è una decisione che dobbiamo assumere noi, però chi ci induce alla conversione è Dio; non è un cammino che decidiamo da noi, ma sempre parte da Dio che ci chiama.

Abramo non si sarebbe convertito, dicono giustamente i rabbini, se Dio non lo avesse chiamato; avrebbe continuato a servire gli dei suoi padri. Poi si è convertito, ha fatto quel cammino enorme di uscita; però certamente Dio è all’inizio.

Mi permetto di citarvi un detto cassidico molto bello sulla conversione, molto semplice, elementare, come sempre è la sapienza espressa in questi piccoli apoftegmi, ma che, secondo me, fa capire cosa è la conversione: la conversione è un dono che, una volta ricevuto, richiede il nostro impegno, richiede assolutamente la nostra risposta, la nostra decisione. Ma è un dono.

Bubber racconta che rabbi Aron arrivò un giorno nella città in cui c’era la famiglia del futuro rabbi di Leciovic, che è uno dei più grandi rabbi del cassidismo, forse il secondo dopo quello di Praga, e si chiamava Mardocheo che era ancora un piccolo bambino. Suo padre lo condusse a rabbi Aron e si lamentò: “Non ha voglia di studiare, non ha costanza: non sarà mai un buon ebreo, altro che un buon rabbi!”. Rabbi Aron disse al padre di lasciargli un poco il bambino e se lo strinse al cuore e lo tenne abbracciato fino a quando il padre tornò e gli disse: “Gli ho dato una lezione, d’ora in poi studierà e persevererà”. Il rabbi di Leciovic raccontava questo di lui quando era piccolo e aggiungeva: “In quel giorno ho imparato come può avvenire la conversione”.

Ecco, la conversione può avvenire davvero quando facciamo l’esperienza di qualcuno che ci ama. Si torna solo all’amore. Chi non fa l’esperienza che qualcuno lo ami, non va, perché noi andiamo soltanto da chi ci ama. Ecco, in questo senso profondo la conversione è un’iniziativa di Dio: se Lui ci chiama, noi siamo capaci di tornare, altrimenti no.

Allora vi propongo una traccia per il cammino di conversione a partire dall’osservazione che ho fatto più volte: parlo della conversione delle persone già cristiane, non di quelli che devono arrivare alla fede, parlo della conversione nostra, quella a cui sempre siamo chiamati. Credo che ci siano alcuni passi da fare: l’ho già detto altre volte in altri miei interventi, ma questa volta voglio proprio svilupparli, dando un cammino pratico della conversione.

Per iniziare un cammino di conversione, dobbiamo scoprire che siamo prigionieri di tutto ciò che non è Dio; siamo prigionieri degli idoli, siamo tutti schiavi degli idoli. Dico, anzi, che noi amiamo questa schiavitù perché Dio è differente, è altro, mentre gli idoli sono vicini, sono specchi che non permettono la differenza, l’alterità.  Sono fabbricati dalle nostre mani, sono nostre creature: quindi li amiamo di più.

Ecco perché dobbiamo avere la coscienza di essere delle persone oggetto di seduzione da parte degli idoli. I profeti, parlando di idolatria, hanno sentito il bisogno di leggere questo rapporto tra il credente e l’idolo in termini di seduzione, di adulterio, di piacere sessuale. E’ significativo che gli idoli dai profeti siano chiamati amanti. Chi di voi sa cosa sia l’esperienza di avere degli amanti, sa effettivamente la seduzione che l’amante esercita su di loro. L’idolo è la stessa cosa. Quando Osea cerca di dire la situazione di idolatria in cui è caduto Israele, gli mette in bocca queste parole (Os 23,7): “Seguirò i miei amanti, quelli che mi danno pane e acqua ..”  (termine del nastro)

.... Geremia dice di Israele: “Nell’ardore del tuo desiderio come una cavalla tu aspiri l’aria. Chi può frenare la tua passione? quando ti cercano, ti trovano sempre in calore.” Linguaggio forte (Ger 2,23) ma che dice bene il nostro atteggiamento verso gli idoli.

Penso ancora a Ger 3,2 che dice: “Ma dove tu non hai fatto l’amore? Tu sedevi sui crocicchi aspettando i tuoi amanti come fa l’arabo del deserto.”  Poi quell’espressione (2,33): “Come sai scegliere la tua strada in cerca di amore”.

Ecco, gli idoli ci sono e il nostro attaccamento a loro è un attaccamento passionale. Dobbiamo averne coscienza e sapere che questo attaccamento forte, questa seduzione si esprime sì nella tentazione, ma si esprime anche sempre nell’incapacità o per lo meno nella debolezza a uscir fuori da una situazione di idolatria. Sapete quanto è difficile per uno che ha un’amante uscire fuori da una situazione di questo genere; non è facile. Non a caso i profeti usano questo linguaggio per il nostro atteggiamento di idolatria: siamo attratti, siamo sedotti, proviamo piacere, soddisfazione, gli idoli appagano subito.

In questo senso, capite perché l’idolatria prima di essere un errore teologico è un errore antropologico. E’ un problema davvero antropologico, perché in realtà l’idolatria è quella che ci consente di nutrire il sogno di una vicinanza con le cose in cui non c’è alterità; qualunque cosa che ci sta accanto, quando invece di rispettare la distanza diventa talmente vicina che noi la desideriamo, la vogliamo tutta e subito, questa diventa un idolo. Il meccanismo dell’idolatria è quello, è non porre la distanza tra noi e una cosa, è il non permettere che ci costruiamo col desiderio, ma ridurre tutto ciò che ci circonda attorno all’idolo. Quando noi abbiamo bisogno di una persona e non accettiamo invece di stare con lei con il desiderio che può essere differito e può essere frustrato da un no, siamo con quella persona in un rapporto di idolatria. Questo avviene anche nel rapporto che abbiamo con Dio. Sempre è una questione che nega l’alterità, la differenza.

Se si insiste molto nell’Antico Testamento a dire che Dio è santo, sapete tutti che non è la santità morale, ma significa dire che Dio è altro, è alto, è differente, è altra cosa, in quanto non permette di essere catturato e di diventare una nostra proiezione o un bisogno nostro.

Secondo punto intorno alla conversione.

Dobbiamo renderci conto che nell’idolatria noi andiamo verso il male, verso la morte; siamo sedotti, gli idoli ci soddisfano, ci danno piacere, ma in realtà il frutto di questo nostro rapporto con gli idoli è la morte e il male. Vorrei essere chiaro, anche se non è facile, non fosse altro per il poco tempo, ma devo dirvi che questo andare verso la morte e il male portato dall’idolatria nella Bibbia, lo trovate espresso sotto la categoria del castigo. Si tratta di .... attenzione, anche se capisco che non è facile, perché al di là della chiarezza intellettuale ci sono cose che ci abitano talmente in profondità che non ce le togliamo di dosso come si toglie un mantello.

In tutto questo cosa bisogna fare? Bisogna tralasciare delle immagini di Dio che la Bibbia ci dà, attenzione: ce le dà la Bibbia, ma dobbiamo decodificarle e quindi smentirle, altrimenti in qualche misura manteniamo una fede che porta i segni di una ricerca di Dio non ancora approdata a quello che Dio vuole per noi.

La prima immagine è quella del Dio spione: Dio che mi vede, che non lascia all’uomo un momento di riposo. Quando ero giovane mi sconvolse la frase di Sarte: “Il giorno in cui ho capito che Dio mi vedeva anche in bagno e che non ero più libero, ho detto: mai più Dio e sono ateo per sempre”. Ecco, io credo che dobbiamo tener conto che questa immagine di un Dio spione dobbiamo assolutamente tralasciarla, perché il nostro Dio non è il Dio che vede, innanzitutto, ma è il Dio che ci parla. Sono gli dei pagani che vedono. Leggete Omero o i miti: gli dei dall’alto guardano quello che fanno gli uomini e in base a questo reagiscono. Il nostro Dio no. Certo non gli neghiamo la visione, ma è il Dio della parola, il Dio che chiama, che interroga.

Confrontiamo due fatti. Prometeo ruba il fuoco: Zeus lo vede e gli dei subito lo castigano. Adamo ed Eva mangiano dell’albero: Dio li va a cercare e chiede: “Adamo dove sei?” In questo senso è il Dio della parola: Dio ci interroga.

Quindi bisogna che togliamo questa immagine che nella Bibbia c’è molto spesso, ma che è la maniera in cui l’uomo dava testimonianza del male che gli succedeva quando operava il male e allora diceva: Dio mi castiga.

C’è uno schema radicale in noi: commettiamo il peccato, Dio ci castiga, noi ci dobbiamo convertire. Questa è la sequenza precisa, ma in realtà sapete che non va così.

So bene quanto questo abiti dentro di noi, soprattutto per chi ha avuto l’educazione che si dava in ambito cristiano fino a 20 anni fa circa. Questo ci tocca, noi siamo cresciuti, anche la mia generazione, con la necessità assolutamente di vivere in grazia di Dio, perché altrimenti nulla di quello che potevamo fare in quella condizione poteva essere qualcosa di bene. Neanche studiare, si diceva ai miei tempi, poteva essere uno studiare che rendeva. Hai fatto un peccato, ti vai a confessare, perché se tu studi invece che andare a confessarti, al giorno dell’esame non saprai niente.

Queste cose sono serie, ci abitano in profondità. Vorrei chiedere a ciascuno di voi, lo dica a se stesso: quante volte di fronte al male che ha commesso, non ha avuto paura della punizione? Va preso sul serio questo, ma non per imputare a Dio la giustizia punitiva, ma per percepire, questo sì e qui la conversione è difficile, che se noi scegliamo il male, scegliamo un cammino di male, un cammino di morte. Non c’è bisogno che Dio intervenga con il castigo, perché se Dio interviene può solo intervenire facendoci cadere una tegola in testa, come si diceva. Ma in realtà siamo noi che vediamo che cresce la morte, che crescono i germi di distruzione, di male, di infelicità in noi e in quelli che sono invischiati con noi all’interno del peccato.

Questo, secondo me, sarebbe la vera maniera di misurare la gravità del peccato, che non si misura in termini di uno schema di gravità che ci viene dettato dall’alto, ma dal male che noi ci facciamo e facciamo agli altri attraverso il peccato. Questa è la vera maniera di misurare la gravità, non un’altra.

Amos è il primo profeta della conversione, il predicatore della conversione per eccellenza, e troviamo questo schema reale: ci sono i popoli prima, poi Israele che ha commesso del male, di conseguenza Dio minaccia il castigo; il profeta, minacciando il castigo, chiede conversione e da quel momento dovrebbe esserci la conversione che storna il castigo. Questo è lo schema.

Leggendo Amos è impressionante quante volte all’interno di questa profezia viene detto: “Ritornate, ritornate. Cercate il Signore. Cercate me, cercate me.” e poi quel pianto terribile al cap 4, in cui questo schema sembra funzionare e ve lo voglio decodificare.

Qui il profeta in nome di Dio dice: Vi ho lasciato a denti asciutti, cioè vi ho mandato la carestia, per i vostri peccati e voi non siete tornati a me;  vi ho mandato la spada e voi non siete tornati a me. Per cinque volte: “Voi non siete tornati”. In sostanza, vedete, questo testo ci serve sì per la testimonianza male-castigo-richiamo alla conversione, ma ci serve anche per capire che, nonostante il castigo, la conversione non avviene. Questo mi sembra importante.

Noi soprattutto dovremmo percepire che, all’interno della profezia, si tratta davvero di quel “Cercate me e vivrete, cercate il male e morirete”. Non è che Dio deve intervenire col castigo, la strada del male è una strada che ci perde, che porta al male; chi fa il male marcia su una strada che accrescerà il suo male e il male degli altri; non c’è bisogno del castigo di Dio.

Certo, all’interno di questo schema c’è un grosso rischio. Io vi propongo una lettura intelligente della Bibbia, altrimenti vi prendete un qualunque articolo su un vocabolario biblico e fa lo stesso: da questa coscienza del male che arriva, può venire fuori un cammino di conversione.

Per ognuno di noi, credo, ci sono certi momenti di percezione di essere preda del male e che continuando a vivere così si mettono germi di morte intorno. Credo che soltanto una vertigine impedisce questo e certo, come esistono forme di vertigini procurate materialmente con l’alcool e con la droga, ci sono anche quelle procurate spiritualmente. Però è vero, secondo me, che noi sentiamo di fronte al male che aumenta il bisogno di tornare; il rischio è di vedere il male intorno a noi, è un rischio attenzione, come castigo di Dio, ma non solo per quel che dicevo prima perché allora l’immagine di Dio è il Dio della giustizia punitiva, ma perché in realtà se noi pensiamo che questo è semplicemente un castigo di Dio siamo tentati di trattare Dio continuando a far il male come prima.

Una delle cose che lascia esterrefatti quando si leggono i profeti è che dalla coscienza del male nasce un cammino di conversione, ma nella misura in cui è imputato a Dio il male, attenzione, è importante: io tolgo la responsabilità a me, il male che ritorna non è perché faccio il male, ma perché Dio mi castiga.

Qual è il rischio? è placare Dio.

E la maniera di placare Dio, purtroppo, spero di non scandalizzarvi, lo dice un monaco, è la liturgia. Ecco perché il rito, la liturgia, la penitenza pubblica, il digiuno, l’abito a lutto, il cospargersi il capo di cenere, diventano delle maniere in cui si vuole placare Dio, che smetta di castigare, ma per continuare a fare come prima. S’invoca il Signore dicendogli “Pietà”, ma non si prende la responsabilità che il male che c’è l’ho fatto io operando il male.

I profeti ci danno questa testimonianza, è terribile, ci attanaglia tutti. E’ tutta la settimana che, avendo dato le ceneri alla comunità, me lo chiedo; uno si deve chiedere perché si mettono le ceneri. Perché l’Antico Testamento dice di mettersi le ceneri. Ma sono le liturgie.

Osea 6 dice: “Venite, tornate al Signore; ci ha straziato e ci guarirà”. Notate il movimento. “Ci ha percosso, ci fascerà”; ma poi Osea stesso che chiede questa liturgia di conversione, mette in bocca al Signore: “Voglio amore, non sacrificio; voglio conoscenza del Signore, non olocausto”. Guardate che questa finale della parola del Signore è straordinaria. Il Signore dice “Voglio amore, non sacrificio”. C’è tutta questa ritualità della liturgia. “Voglio conoscenza del Signore, non olocausto”. Al cap 14,2 “Ritorna Israele, poiché Dio ha inciampato nella tua iniquità; preparate le parole da dire; tornate al Signore, ditegli: Togli i peccati”. Ma la conversione resta “cercare Dio e conoscerlo”.

Allora qui non è il caso che ve li legga, i profeti sono stati impietosi circa questo: Amos 5,21; Isaia 58; Michea 2; Isaia 2; Zaccaria 7. Cioè i profeti hanno percepito che gli uomini, per sfuggire alla responsabilità del male che fanno, placano Dio imputando a Lui il castigo. Dicono: se mi è venuto il male, è perché Dio mi ha castigato, non perché ho fatto il male e allora, se io faccio una liturgia, mi vesto di sacco, chiedo pietà, preparo le parole, a quel punto Dio mi perdona e il male cessa. Una doppia maniera di sfuggire alla propria responsabilità di peccato. L’uomo, pur di sfuggire alla conversione, ricorre alla finzione, ricorre all’ipocrisia, fa come se. Si converte mettendo cenere e poi non cambia nulla.

La critica del culto dei profeti si deve cogliere qui, non in altri punti e per darvi una interpretazione fedele di questo, vorrei che non dimenticaste un versetto su cui purtroppo pochi predicano, ma che torna ogni anno nell’Avvento. Quando appare Giovanni il Battista e fa il rito dell’immersione che dovrebbe significare: io mi sono convertito e lo sancisco pubblicamente. Vanno gli uomini religiosi da Gerusalemme a lui e lui è obbligato a dire: “Razza di vipere - cioè figli delle vipere, più furbi dei furbi - chi vi ha insegnato a sfuggire all’ira incombente?” Siete furbi, venite qui, non cambiate, ma dite: attraverso questo rito, ricevendo questo battesimo, rifuggite ancora una volta dalla responsabilità di una condotta che sia la condotta di un convertito. Matteo (3,7) dice: “Fate frutti degni di conversione”, se siete convertiti mostratelo.

Vorrei farvi capire che questo schema peccato-castigo-conversione-perdono è uno schema che c’è, ma, decodificato, va visto come un appello forte per noi a leggere con intelligenza la Parola e non per correre dei sentieri che certamente sono sentieri che, per chi è infante con ogni probabilità non può capire altro mancandogli il senso della responsabilità, ma che invece a noi è richiesto di leggere in altra maniera.

Infine vi faccio notare che in Osea, quindi all’inizio della predicazione della conversione vera e propria (prima di lui o contemporaneo c’è stato solo Amos) si abbozza comunque che il perdono precede la conversione. L’unica maniera di spezzare questa logica peccato-castigo-conversione-perdono per i profeti è dire: c’è il peccato, c’è il perdono; il perdono precede addirittura la conversione e il castigo non c’è più. Questo schema da quaternario diventa ternario, ma con questo cambiamento fondamentale. Ne abbiamo solo un abbozzo in Osea 11,7, in questo pianto sconsolato di Dio: “Il mio popolo è duro a convertirsi; chiamato a guardare in alto non sa sollevare gli occhi. Ma come potrei abbandonarti Efrem? Il mio cuore si commuove dentro di me, le mie viscere fremono di compassione per te. Io sono un Dio e non un uomo. Non verrò a te nella mia ira”. Abolizione del castigo, perdono prima che l’altro si converta.

E’ solo un abbozzo, ma voi sapete che questa è la grande esplosione del Nuovo Testamento, quando Paolo in Rm 5,8 parla di questo ci dice che “mentre eravamo nemici, mentre eravamo peccatori, prima di convertirci”, Gesù è morto per noi; Dio ci ha amato prima, ci ha perdonati, ci ha riconciliati in Cristo. La stessa cosa dice in 2 Cor, la stessa dice Giovanni nella 1 Lettera, cap. 4: è il capovolgimento della nostra logica. C’è il nostro peccato, c’è il perdono da parte di Dio; questo solo ci può spingere alla conversione.

La conversione appare dunque dono di Dio; l’uomo non ce la fa da solo a convertirsi.

Fa impressione quando Geremia (3,1) dice che se un uomo ripudia una donna e questa si allontana da lui e va a finire con un altro e lo sposa, il primo marito tornerà da lei? E’ impossibile. E Geremia conclude: è impossibile la conversione, il mio popolo ha abbandonato la sorgente di acqua viva e vive di cisterne screpolate senz’acqua. Geremia con ogni probabilità, attenzione lascio questo forse, ha capito che lui stesso non era capace di convertirsi e fa una lunga preghiera (31,18) che si conclude con queste parole: “Fammi ritornare e io ritornerò” cioè convertimi e io ritornerò, “guariscimi e io sarò guarito”, ma dove, attenzione, Dio opera la conversione in noi, o noi non ne siamo capaci e lui la può solo operare nella misura in cui certo si rivela, ma in cui finiamo proprio di avere questa conoscenza di Dio. Geremia non dice in maniera esplicita la necessità dell’amore, però insiste ancora sulla conoscenza di Dio, come Osea e allora, se abbiamo la conoscenza di Dio, conosciamo il suo amore .... (termine del nastro)

......ma dopo un po’ di tempo siamo da capo, e lì ci sono tutte le nostre illusioni di cambiamento. Io penso soprattutto a chi fa un’esperienza di vita comunitaria: quante volte pensiamo di cambiare e non capiamo che saremo in grado di cambiare nella misura che conosciamo di più e amiamo di più il Signore. Non è che noi cambiamo e amiamo di più il Signore, è esattamente il processo inverso.

Ecco allora che questa parola: “Fammi ritornare e io ritornerò” che significa: convertimi e io mi convertirò di Ger 31,18 diventerà nelle Lamentazioni (5,21) una preghiera pubblica: “Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo”. L’importanza che ribadisce Geremia (4,1): “Se vuoi ritornare, o Israele, è a me che devi ritornare” dove c’è questa centralità di Dio che ci attende.

Neemia (9,29) parlerà di ritornare alla legge, il II libro delle Cronache (36) di tornare al culto e alla liturgia e l’idea di conversione si svilirà, si depotenzierà.

Chi  la riprende sono davvero Giovanni il Battista e Gesù.

Meditazione del pomeriggio.

Stamattina abbiamo percorso l’insegnamento profetico sulla conversione; oggi vorrei tentare di leggere la conversione nella grande tradizione ebraica e poi vedere come c’è stata una riflessione nel Nuovo Testamento da parte di Giovanni il Battista e di Gesù.

Questo invito a ritornare, a convertirsi, che è risuonato con grande forza soprattutto nei profeti a partire da Amos, un messaggio che diventa addirittura oggetto della predicazione di Osea e di Geremia, ha avuto poi soprattutto un’eredità nel giudaismo attraverso quei giorni istituiti per la conversione, dieci giorni che sono definiti giorni terribili, giorni del timore o anche giorni del ritorno, che impegnavano l’ebreo da capodanno fino al giorno dell’espiazione. In quei giorni si invitavano gli ebrei, e ancora oggi, a intraprendere un cammino di conversione che non sia solo intimistico e semplicemente qualcosa di spirituale, ma qualcosa di preciso, visibile nello spazio della vita, dunque nello spazio della polis e della storia.

Insomma la predicazione che il giudaismo ha fatto della conversione invitava a intraprendere un cammino di ritorno invertendo quella strada sbagliata, quel cammino che si perde, che era stato intrapreso attraverso il peccato. Il ritorno del peccatore è davvero ciò di cui Dio si compiace, ciò che provoca la sua gioia, oserei dire, ciò che incontra il desiderio di Dio.

Ezechiele, soprattutto, ha aperto nel dopo esilio questa strada. Sapete come Ezechiele da un lato sente di dover contestare le antiche certezze di Israele, quelle riguardanti un castigo che colpiva tutti e di cui tutti erano responsabili. Ezechiele percepisce che chi commette il peccato, è lui il responsabile del peccato, e che anzi oltre a essere responsabile il soggetto che lo compie, è responsabile chi non fa nulla per impedirlo, chi non corregge, chi non avverte: responsabilità personale normalmente si dice.

Ma state attenti, quando ci sono queste affermazioni nelle introduzioni bibliche (che sono sempre veloci) e si dice: Ezechiele è colui il quale fa vedere che non c’è responsabilità collettiva ma personale. E’ inesatto: Ezechiele in realtà vuole alimentare la coscienza che uno è responsabile dei suoi atti, questo sì, perché non può semplicemente invocare una solidarietà nel peccato degli altri. Ebbene Ezechiele, facendo questo, però pone l’atteggiamento di Dio che non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva. C’è quasi un ritornello nella sua predicazione, ve lo indico in 18,23.

Dice il Signore: “Forse io mi compiaccio della morte del malvagio o non piuttosto che egli si converta e viva?” Ecco cosa vuole Dio. Dio non vuole castigare, vuole che il malvagio si converta e viva. Ma tutto questo fa sì che in Israele si prenda coscienza della urgenza della conversione. Ne abbiamo un’eco nella ..., un testo che recentemente Alberto Mello ha tradotto in italiano, in cui rabbi Eliezer dice: Per l’uomo è possibile addirittura convertirsi un’ora prima della morte. Ma questo significa che, siccome la morte può arrivare in ogni momento, allora la conversione deve essere l’atteggiamento costante. E’ significativo questo e nel giudaismo e nell’ebraismo la conversione è stata vista come determinante.

Rabbi ... diceva: “Un’ora sola di conversione in questo mondo vale più di tutta la vita nell’altro mondo”. Paradossale. E’ significativo questo detto. Perché si dice questo? Perché, poi ripetono i rabbi, se c’è un’ora di conversione, sicuramente ci sarà tutto un altro mondo.

Così, il mese in cui si collocano capodanno e il giorno dell’espiazione è visto come un mese di conversione, un mese in cui si sottolineano gli attributi di Dio, il suo essere misericordioso, compassionevole, lento all’ira e grande nell’amore (l’abbiamo sentito oggi nella liturgia penitenziale e nella predicazione). Ebbene, tutto questo richiede però da parte dell’uomo un atteggiamento di ritorno, di conversione vera e propria.

Dunque nella liturgia di capodanno e di kippur si legge Es 34: il Signore passa davanti a Mosè, che chiede di vedere la sua gloria, e proclama il suo nome: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e compassionevole, lento all’ira e grande nell’amore”. Qui si fermano nella lettura, mentre quel grido fatto a Mosè prosegue: “che conserva la grazia fino a mille generazioni, che sopporta la colpa, la trasgressione e il peccato che assolve; e non assolve e colpisce la colpa dei padri sui figli e sui figli dei figli fino alle terze e alle quarte generazioni.” Questa parte non viene proclamata, si tralascia la giustizia di Dio, per dire soltanto la sua misericordia.

E’ significativo il rito che compiono gli ebrei alla sera del primo giorno di capodanno che vuole confermare la prevalenza della misericordia e attestare dunque che lo spazio della conversione è la misericordia di Dio. E’ un rito del tardo medioevo sefardita che consiste nell’andare davanti al mare o in riva a un fiume o accanto a un pozzo, leggere il profeta Malachia fino agli ultimi versetti: “Tu seppellisci i nostri peccati in fondo al mare” e allora prendono dei sassolini e li gettano. Andate a cercare un sassolino nel mare o nel fiume o in un pozzo! Non lo trovate. Dio non trova più i vostri peccati.

Insomma, vedete che la conversione attesta che nella vita dell’uomo il peccato non è l’ultima parola, non è un destino che schiaccia l’uomo definitivamente, non è la sua prigione definitiva. Anzi, il peccato addirittura può diventare una conoscenza critica di sé, un cammino di conversione.

Qui non ho tempo per svolgere questo tema nell’ambito della grande tradizione spirituale monastica, ma guardate che all’interno del monachesimo la condizione della conversione è avere coscienza del proprio peccato. C’è un detto dei Padri che risuona per noi monaci tra i testi essenziali, come se fosse parola di Cristo. Credo che per nessun monaco questo testo valga meno della parola di Gesù. Dice: “Colui che conosce i suoi peccati è più grande di colui che resuscita un morto”. E’ un grande miracolo risuscitare un morto: provate a farlo! Ma chi conosce i suoi peccati è ancora più grande.

In questo senso nella tradizione monastica la conversione avviene là dove si ha coscienza del peccato e questo significa però là dove si ha coscienza di aver fatto il peccato. Maledetto, nella tradizione monastica, è colui che non ha coscienza di aver fatto il peccato e dice: io non sono peccatore. Si inganna due volte, perché il vero problema non è dire “Guai a me che sono peccatore”, il problema è riconoscere e dire: “Io ho fatto quel preciso peccato”. Questo è estremamente importante; è soltanto quando uno ha la coscienza e la conoscenza del peccato. Nella tradizione monastica c’è il “cuore spezzato” del Salmo 51, un cuore triturato, che non sta più insieme, davvero cuore contrito: a quel punto inizia la conversione.

Ecco perché il modello del monaco e della monaca, l’ho detto tante volte ed è uno scandalo ma è significativo, non è Maria Vergine, poche illusioni, non è san Benedetto. Nella regola di s. Benedetto si dice che il modello del monaco è il pubblicano. Quando un monaco si pone davanti un modello non si ponga il modello di un santo, perché sbaglia radicalmente; si ponga il modello di diventare quel pubblicano che in fondo al tempio diceva: “Abbi pietà di me, sono peccatore” e non alzava lo sguardo. Questo è l’inizio del cammino di conversione, dice la regola di san Benedetto, non prima e non per altre vie.

Questo è anche proprio ciò che è stato percepito, perché la vera grandezza spirituale dell’uomo non consiste nella  impeccabilità, che pertanto è irreale e falsa. Non c’è nulla di peggio nella vita del cristiano di chi crede all’impeccabilità: sono disastri normalmente per chi ha questi pensieri, e non si fermano neanche al disastro spirituale, diventano prima o poi disastro psichico, ve lo dico per esperienza. Guai se uno pensa questo.

Invece la grandezza spirituale è nella forza di ritornare al Signore riconoscendo il proprio peccato, confessandolo, confidando in quel Dio misericordioso “il cui perdono viene costantemente moltiplicato” dice un altro profeta del dopo esilio (Is 55,7). Addirittura si arriverà a dire nel giudaismo, come si esprime il Salmo 85,3: “Tu hai portato, hai preso su di te, o Dio, il peccato del tuo popolo e lo hai cancellato”.

Qui vorrei dirvi che vi è qualcosa di profondamente vero e serio a livello spirituale, ma che è anche qualcosa di serio a livello antropologico. Chiedetevi perché ognuno di noi ha la difficoltà di essere amato e di avere un buon rapporto con gli altri.

Fromm commenta e dice: un uomo che si pente non è solo un uomo che ritorna sulla strada giusta, che va a Dio, ma anche torna a se stesso e alla sua verità. Proprio come peccare non è sintomo di corruzione né una ragione di sottomissione colpevole. Allora la conversione non è l’atteggiamento del mite peccatore che si autoaccusa. Non esiste un super io sadico e un io masochista nella concezione di peccato e di pentimento ebraico, ma colui il quale non si pente e non si converte non conosce in realtà se stesso. Queste sono parole che mostrano la verità del discorso sulla conversione anche a livello antropologico e non può essere diversamente, se abbiamo detto stamattina che l’idolatria è innanzitutto un vizio antropologico, prima di essere un peccato teologico.

Di conseguenza la tradizione di Israele designa i peccatori pentiti come “i maestri del ritorno”, della conversione. Chi è maestro della conversione? chi ha peccato e si è convertito; lui è un maestro della conversione. Il Talmud dice: “Il posto dei maestri della conversione non può essere raggiunto nemmeno dai giusti”. Linguaggio paradossale, ma in un certo senso, di nuovo, non c’è grandezza maggiore che riconoscere il proprio peccato, senza rifugiarsi nell’autogiustificazione, senza gettare la colpa sugli altri e di conseguenza nel riprendere il cammino da cui ci si è allontanati.

La conversione è un processo umano e umanizzante. Quale dignità nell’uomo che sa riconoscere la propria negatività e il proprio errore! Quanto è bello nella vita comunitaria quando un fratello dice: “Sì ho sbagliato, riconosco il mio errore”. E che pena tutte le volte che ciascuno di noi, di fronte al peccato, cominciamo subito a volerlo spiegare, facendo di tutto pur non prendendone la responsabilità: “Ma sai, gli altri ..., le cose ...” tutto fuorché noi.

Come dicevo stamattina, è sempre un problema di assunzione di responsabilità. In realtà, che grandezza c’è nel riconoscere la propria fragilità, il male che abbiamo commesso, farne un’occasione di rinnovamento dell’esistenza! Io non credo che sia possibile una solidarietà, una comunione nella santità senza che riconosciamo la solidarietà nostra nel peccato.

Chi di voi ha avuto qualche storia d’amore lo sa benissimo: non è nel confronto fra i doni e le virtù l’uno dell’altro che cresce l’amore, ma quando a un certo punto l’uno si mette di fronte all’altro nella sua nudità e ha il coraggio di dire: “Questo è il mio peccato, la mia debolezza”. E’ il momento in cui l’amore riceve una spinta che non può ricevere quando ci confrontiamo con i nostri doni e le nostre virtù. E’ proprio così. Anche perché, vedete, l’amore nasce dalla nostra debolezza e si nutre del bisogno dell’altro, nella misura in cui riconosciamo di fronte all’altro in una situazione di sottomissione.

Ecco allora perché questo cammino della conversione è un cammino umano e umanizzato, un cammino che ci dovrebbe assolutamente aiutare ad essere sempre più autentici, più veri.

Sapete che viene prescritto, nei giorni della conversione che culminano nel kippur, il suono dello shofar. Questo suono del corno d’ariete o di montone fa memoria dell’alleanza perché, secondo il midrash nei 40 giorni in cui Mosè restò sul Sinai per la seconda volta fu suonato su suo ordine tutti i giorni per impedire le ricadute nel peccato, avvenute col vitello d’oro. Ma si dice anche che questo shofar è memoria di quando Isacco fu legato sull’altare del sacrifico, perché allora in realtà al posto di Isacco si trovò un ariete, un montone impigliato in un cespuglio. Ecco il perché di questo suono dello shofar. Non so se mai l’avete sentito nelle sinagoghe o nelle zone vissute dagli ebrei in Israele: è un invito alla conversione ed è veramente un ricordare comunque che Dio ci aspetta nella sua misericordia.

Dice il midrash commentando il Salmo 89,16: “Beato il popolo che conosce l’acclamazione”. In realtà il termine è: che conosce il suono, che si suppone che sia quello dello shofar. Si dice beato quel popolo perché, quando suona lo shofar, Dio si sposta dal trono della giustizia e va a sedersi sul trono della misericordia; non giudica dal trono della giustizia, giudica dal trono della misericordia; si colma di misericordia per loro, tralascia gli attributi del santo nome di Es 34 che ricordano che lui castiga e che lui si ricorda del peccato e così che, attraverso quei 10 giorni penitenziali, si arriva a kippur quando, dopo ripetute confessioni di peccato si annuncia la grande misericordia di Dio che assolve tutti dal peccato, rimette il peccato.

Proprio nella preghiera di chiusura di kippur ci si rivolge a Dio così: “Tu tendi, Signore, la mano ai peccatori, la tua destra è aperta per ricevere quelli che si convertono”. Ecco perché in quei giorni l’uomo passa dall’esperienza del peccato all’esperienza della remissione del peccato, a quella del perdono; dall’esperienza del giudizio che non fa, a quella della misericordia.

E qui permettetemi di chiedere: chi di noi può dire che ha fatto esperienza del giudizio di Dio? c’è qualcuno di noi che può dirlo? io no. Se Dio mi avesse giudicato, sarei già secco mille volte. Quindi non posso dire di avere esperienza del giudizio divino né su di me, né tanto meno sugli altri. Ma esperienza della sua misericordia sì. E questa è la verità più importante e quella che ci permette di decodificare la giustizia retributiva e punitiva di cui ci parla la Bibbia.

In realtà Dio minaccia, Dio avverte, Dio chiama, Dio prega. Talvolta penso che noi preghiamo Dio: ma quante volte è Lui che ci prega nella Bibbia! Provate a leggerla per vedere quante volte Dio prega noi ed è pieno di preghiera: prega più Lui noi, che noi Lui. E poi diciamo che la preghiera è un problema umano! Penso che sia il suo, visto che continua a pregare e non è mai esaudito!

Ecco allora che la realtà più profonda è questa: conversione di fronte a un Dio che è sempre pronto a convertirsi, mentre noi no.

E’ per questo che nei Salmi del dopo esilio, soprattutto nei Salmi del giudaismo, si ha la coscienza, certo una coscienza non dilatata ma di qualcuno, che se è vero che l’uomo è capace di conversione, prima di tutto Dio è capace di conversione, Dio si converte dal male che ha minacciato di fare. Ricordate il libretto di Giona: “Dio si convertì dal male che aveva minacciato su Ninive”.

Ed è quello che troviamo nei Salmi (purtroppo nella Bibbia voi non li avete tradotti con questa fedeltà, ma nel nostro salterio di Bose sì) ad esempio si dice “Quando il Signore fece tornare i prigionieri” ma il testo è “Al ritorno del Signore con Sion che tornava” o, se volete, “quando si è convertito Dio, si è convertito anche Sion”. Ecco perché il Salmo 126, 4: “Convertiti Signore e noi ci convertiremo”.

Ricordate stamattina: “Convertici e noi ci convertiremo”; ma se arriva anche al coraggio della parresia per dire “Convertiti e noi ci convertiremo” cioè “ritorna e noi ritorneremo”. Non è solo che Dio debba convertirci, deve cambiare Lui e nella misura in cui desiste dal castigo, desiste dal male, ecco allora che Lui si converte.

In tutto questo i rabbini hanno detto più tardi che c’è una grande incoerenza: Dio minaccia il male e non lo fa mai. E’ il paradosso misterioso della fede ebraica e ce lo dice il messaggio dei profeti: colui che è onnipotente e onnisciente, poi cambia in una parola quello che ormai ha deciso.

Insomma  la conversione diventa davvero una forza potente, efficace, ma sia la conversione di Dio che la conversione del peccatore.

Dio abbandona la collera, dimentica la giustizia punitiva, incoraggia il peccatore a pentirsi e a tornare; e analogamente il peccatore interrompe il cammino del male, va verso Dio e obbliga in qualche modo Dio a fargli misericordia.

Il Talmud di Babilonia (86,6) dice: “Grande la conversione, perché conduce fino al trono della gloria di Dio come sta scritto: Ritorna Israele fino ad Adonai, Dio tuo.” Ecco, insomma, l’uomo fa la conversione, fa un atto umano e si umanizza; Dio che si converte mostra la sua incoerenza, ma proprio per questo mostra il suo amore.

Giona ha proprio questo significato: i niniviti tornano dalla loro condotta malvagia, Dio non mette in pratica la giustizia punitiva, non distrugge Ninive, e Giona, che è uno che non riesce ad accettare che Dio si converta, è esattamente come siamo noi. Sarebbe tutto molto più facile, sembrerebbe tutto molto più facile se in Dio ci fosse la coerenza razionale che vogliamo noi verso il mondo; la storia sarebbe più comprensibile se la parola di Dio fosse l’ultima parola definitiva e univoca, come un decreto; sarebbe più facile se l’ira di Dio diventasse effettiva, una volta che la cattiveria raggiunge la piena misura la punizione di Dio interviene e la distrugge. E invece c’è il grande mistero della compassione di Dio, esperienza di misericordia, grande.

Ebbene, vedete, il giudaismo prepara il Nuovo Testamento e arriva a dire queste cose che sono scandalose intorno a Dio: dire l’ incoerenza di Dio, dire questa compassione. L’abbiamo vista abbozzata già in Osea: l’uomo non si converte, ma “il mio cuore è pieno di amore per te; non ce la faccio”.

Tutto questo però non aliena la responsabilità della misericordia, ma anzi la potenzia, perché tutto questo cammino di conversione e di misericordia di Dio, non è neanche sottomesso alla conversione, notate bene, perché Dio ci perdona prima che andiamo a Lui.

Eppure c’è una condizione ben precisa: che uno è perdonato da Dio se perdona il fratello. Si dice nella liturgia del giorno dell’espiazione: “Oggi tutti i peccati commessi contro Dio sono perdonati”, tutti pensateci bene, “ma i peccati commessi tra uomo e un altro uomo sono solo perdonati se uno perdona prima il suo fratello”.

Dirà Gesù nel Padre Nostro: “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori” dove questo “come” è l’unica condizione posta.

Dio non ci chiede innanzitutto di convertirci a Lui; la conversione la faremo in base al suo amore, ma tutto è condizionato se noi perdoniamo all’altro, se perdoniamo al fratello. Dal perdono ricevuto al perdono che noi siamo in grado di amministrare; dalla misericordia ricevuta al nostro essere misericordiosi verso gli altri.

Ecco, la conversione che cammino è. In fondo nel cammino di conversione Dio ci attrae, Lui è all’inizio, il giudaismo l’ha ben capito, ma nello stesso tempo condiziona tutto questo a una misericordia e a una conversione degli uni verso gli altri.

Stamattina vi ho citato un testo cassidico del rabbi Mardocheo e adesso vi cito un testo dalla ... sulla conversione. Anche queste omelie sono state tradotte da Alberto Mello dieci anni fa in “Ritorna Israele alla conversione”. E’ un bellissimo testo che dice: un figlio era molto lontano da suo padre, a cento giorni di cammino. I suoi amici gli dissero: “Ritorna da tuo padre”. “Non posso, non ne ho la forza”. Allora suo padre gli mandò a dire: “Torna per quanto puoi e io ti verrò incontro per il resto della strada”.

Vorrei che percepiste che questo è l’atteggiamento di Dio nei nostri confronti: non ci chiede neanche di andare, di arrivare al trono della sua gloria; ci dice: “Torna per quanta forza hanno le tue gambe”, per il resto ci viene incontro Lui. In questa maniera è Lui che è all’inizio della nostra conversione, ma è anche Lui che ci dà la forza e che ci viene incontro, perché non riusciremmo ad arrivare fino a Lui. Siamo come questo figlio che da lontano dice: “Non ce la faccio, malato come sono.” e il padre dice: “Torna per quanto puoi, per il resto ti vengo io incontro”.

Se questo è il messaggio del giudaismo, percepite allora come si innesta la predicazione di Gesù su questo tema. Il Battista e Gesù appaiono con una predicazione di conversione, chiedono un cambiamento perché il Regno di Dio è vicinissimo. Questa è la motivazione che danno i vangeli, sia della predicazione di Giovanni che di quella di Gesù; e quella predicazione, voi lo vedete, significa rottura con quel passato di peccatore, orientamento verso Dio di tutta la vita, conversione visibile di tutta la storia della comunità di fede, nella polis, nella società.

Questo è quello che chiede e davvero in loro si concentra tutta la predicazione profetica della conversione. Gesù chiama a conversione, dice addirittura che la sua voce è più forte di quella di Giona (Mt 12,39): “Ecco qui uno che è più di Giona”. E Giona, che era meno, è stato ascoltato dai niniviti, mentre Lui che era più, molto di più, non è stato ascoltato dal suo popolo.

Conversione piena chiede Gesù, ma tutto questo non mettendo il castigo, non minacciando un avvertimento come Giona: “Sarà distrutta Ninive”, ma annunciando che il Regno di Dio è ormai possibile, si è fatto visibile, non solo annunciando la buona notizia della remissione dei peccati.

Vedete che l’itinerario che abbiamo fatto da stamattina trova la sua pienezza e il suo compimento: perché ci sia responsabilità, perché ci sia avvertimento, ci sia un invito, il Battista dirà che il giorno è imminente: “Già la scure è posta - dice il Battista - alla radice; il giorno del Signore è vicino”. In questo senso il Battista riassume davvero la voce dei profeti che avvertono e certamente c’è una iato, apparente attenzione, tra questo annuncio del Battista che annuncia minacce e Gesù che dice: “I peccati sono perdonati”.

Se decodifichiamo, di nuovo, il Battista come i profeti dice: scegliete tra la via della morte e la via della vita; e Gesù dice che questa è la via della vita e “i vostri peccati vi sono rimessi”.

Questa è la differenza: stiamo attenti a non mettere in antitesi la predicazione del Battista che sarebbe stata ancora predicazione del giudizio e la predicazione di Gesù nella quale il giudizio non c’è più, come se Gesù fosse semplicemente un bonaccione. No, l’avvertimento lo dà il Battista e dice: attenzione, c’è una via di morte; ma Gesù dice: c’è anche una promessa che il Regno di Dio è vicino, vi viene incontro. Ecco perché Gesù cercherà di dire questo in Luca 13, Luca che è l’evangelista più attento alla conversione con le parabole della pecora smarrita, della dramma, ecc., è un tema tipicamente lucano che poi attraversa tutti gli Atti, ma non abbiamo tempo di approfondire.

Gesù dice a un certo punto, ed è qui che vorrei farvi vedere il legame e l’unità coi profeti, “Ma credete che quei galilei che furono massacrati da Pilato e dai pretoriani erano più peccatori di tutti gli altri? No, vi dico” non c’è giustizia punitiva di Dio “ma se voi non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo. Oppure quei diciotto sui quali è caduta la torre di Siloe, credete che fossero più peccatori degli altri abitanti? No vi dico; ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.”

Vedete, questo versetto serve bene per vedere l’unità dei due messaggi: non c’è giustizia punitiva di Dio. La torre non è caduta su quelli perché erano più peccatori degli altri; i morti in quella operazione di polizia di Pilato non erano più peccatori, ma guardate che senza conversione la strada è un perire e una morte. Poi, perire sotto una torre o in altra maniera, la sorte è sempre la stessa. Gesù dunque avverte anche lui e dirà alle città: “Guai a te, Betsaida, guai a te, Corazim, perché se in te fossero stati fatti i segni ...” (termine del nastro)

..... non c’è altra strada, ma la buona novella detta da Gesù è la remissione dei peccati.

Se prendete l’ultimo capitolo di Luca e i tratti salienti di Atti (cap. 10,11,17) che riguardano le predicazioni di Pietro e di Paolo, vedrete che la predicazione della conversione è fatta in vista della remissione dei peccati, cioè nella misura in cui Dio perdona i peccati si può andare a Lui. E’ Gesù risorto che lo dice ai discepoli di Emmaus, ai discepoli nel cenacolo e prima dell’ascensione: deve essere predicata a tutte le genti la conversione e la remissione dei peccati.

Ecco allora, questa è la buona notizia e capite perché il cammino quaresimale di conversione deve portare a questa accoglienza, a questa ricezione del dono della remissione dei peccati, il dono di cui io non mi stanco di dire che è l’unica esperienza di salvezza che ci è dato di fare qui. Altre esperienze di salvezza su questa terra non le facciamo, le faremo tutte nell’aldilà; l’unica che facciamo qui è l’esperienza della remissione dei peccati.

Aggiungo solo una postilla: questa conversione è operata soltanto dall’amore preveniente di Dio, dalla sua misericordia, dalla promessa della remissione dei peccati. Non c’è altro, dobbiamo averne ben coscienza.

Ma chi ci convince di questa misericordia di Dio, di questa sua grazia preveniente, di questo atto della remissione dei peccati che ci è fatto mentre noi siamo in condizione di non ritorno, mentre siamo peccatori, nemici di Dio? Tutto questo avviene con la conoscenza del Signore - torno a Osea e Geremia - conoscenza di Dio e per noi, ancora una volta, è essere capaci di ascoltare la Parola.

Vi dicevo che Luca è l’evangelista della conversione e certamente fa molto effetto quello che Luca dice nel cuore del vangelo con la parabola del povero Lazzaro (Lc 16,29) quando a un certo punto il ricco è all’inferno e dice ad Abramo di mandare Lazzaro sulla terra ai suoi fratelli. Se vedono un risorto da morte, si convertiranno. Ma Abramo dice: no, hanno Mosè e i profeti, hanno le Sacre Scritture; se non credono a Mosè e ai profeti, non si convertono neanche se vedono un risorto.

Quindi neanche i miracoli ci portano alla conversione, ma l’unica porta della conversione resta questo amore di Dio di cui solo ci possono testimoniare Mosè e i profeti.

Ecco, l’augurio che vi faccio in questa quaresima è proprio quello di un’assiduità a questa Parola, per essere attirati da Dio, a ritornare a Lui a convertirci, sapendo di compiere un atto umanissimo, oltre che un atto che significa aumentare la nostra comunione col Signore.


AUTOR: Enzo Bianchi

 

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