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Teología del Corpo e del sangue di Gesú en Teresa de LisieuxPotremmo dire che in Teresa tutta la teologia del corpo è come un’immensa eco della preghiera che la Chiesa indirizza a Gesù presente nell’Eucarestia: “Ave verum Corpus natum de Maria Virgine, vere passum, immolatum in Cruce pro homine” (“Salve, vero Corpo, nato da Maria Vergine che hai veramente sofferto e sei stato immolato sulla Croce per la salvezza degli uomini”). L’Amore di Gesù, che è il cuore della teologia teresiana, è specialmente l’Amore del suo vero Corpo, nei Misteri dell’Incarnazione, della Passione e dell’Eucarestia, del suo Corpo donato per noi e del suo Sangue sparso per noi. L’Incarnazione, la Passione e l’Eucarestia sono costantemente collegati nella teologia teresiana, in quanto sono i più grandi Misteri dell’Amore che si abbassa nella piccolezza e fragilità della carne.

 

In questa prospettiva, la nostra esposizione si svolgerà in tre parti: dopo una prima parte che sintetizza i principali aspetti della teologia del corpo in Teresa, vedremo a quale profondità lei si unisce al Corpo e al Sangue di Gesù nei Misteri dell’Incarnazione (seconda parte) e della Passione (terza parte). Secondo il metodo della Teologia dei Santi, non esiteremo a richiamare altri santi per chiarire o esplicitare certi punti della dottrina teresiana[1]. Ci riferiremo a san Francesco d’Assisi, nominato da Teresa nelle ultime righe del Manoscritto C[2], e ancor più specialmente a santa Caterina da Siena, Dottore della Chiesa, che è per eccellenza la teologa del corpo e del Sangue di Gesù.

 

I/ I PRINCIPALI ASPETTI DELLA TEOLOGIA TERESIANA DEL CORPO

l problema del corpo negli scritti di Teresa

Appena si accosta il tema del corpo in Teresa, ci si scontra immediatamente con una difficoltà. Nei suoi scritti, la santa utilizza molto raramente la parola “corpo” (solamente 8 volte), mentre usa molto spesso la parola “anima” (circa 900 volte)[3]. Questo fatto è impressionante; riflette bene il clima culturale e spirituale del cattolicesimo francese al tempo di Teresa. L’essere umano è principalmente considerato come “un’anima”[4], senza che sia presa in considerazione tutta l’importanza e la dignità del corpo. Il corpo diventa un tema tabù, di cui si evita di parlare, e il pudore si trasforma facilmente in falso pudore. Questa tendenza si vede nell’iconografia dell’epoca che teme di rappresentare la realtà dei Corpi di Gesù e di Maria. Mentre l’arte cristiana dei secoli precedenti mostrava spesso in modo molto realista Maria che allatta Gesù nel Mistero dell’Incarnazione, e Gesù crocifisso che versa il suo sangue nel Mistero della Redenzione; rappresentazioni come il seno di Maria e il sangue di Gesù sono generalmente “censurate” al tempo di Teresa, come se fossero “indecenti” o di “cattivo gusto”[5]. Noi vedremo come, al contrario, Teresa è affascinata dalla bellezza e purezza di questi Misteri, e come li contempla senza paura con gli occhi della fede e dell’amore.

Così, negli scritti teresiani, la rarità della parola “corpo” e la frequenza della parola “anima” sono il riflesso di un certo squilibrio antropologico dell’epoca. Ma dobbiamo dire anche che per quanto riguarda la teologia di Teresa, è un’“apparenza ingannatrice”. Vedremo che la nostra santa, in realtà, parla molto del corpo e della corporeità, spesso anche in modo audace, con quella “amorosa audacia”[6] che la caratterizza. Ma mentre Caterina da Siena, nel contesto medievale, poteva parlare direttamente e immediatamente del corpo e di tutte le realtà corporee[7], Teresa non può parlarne che in modo indiretto, allusivo, attraverso il velo dei simboli. Il più importante di questi simboli è quello del fiore, e vedremo che è anche il più corporeo e più audace. Teresa illustra la massima popolare: “ditelo con i fiori”. In lei, il linguaggio dei fiori è di un’inesauribile ricchezza, ed è “con i fiori” che parla del corpo e della corporeità. Infatti, grazie a questo linguaggio criptico e allusivo, Teresa suggerisce meravigliosamente la realtà del corpo che i simboli velano e svelano nello stesso tempo.

Una teologia femminile, simbolica e incarnata

Come quella di Caterina, la teologia di Teresa è una teologia simbolica, tipicamente femminile, più incarnata che la teologia maschile[8]. Si tratta della teologia simbolica come la concepivano i Padri greci, alla luce del Mistero dell’Incarnazione. Edith Stein ne dà la chiave quando mette il punto finale al suo studio sulla teologia simbolica di Dionigi l’Areopagita affermando: “noi dovremmo considerare il Verbo Incarnato come il Simbolo Primordiale”[9]. In effetti, come Verbo Incarnato, Gesù   “raccoglie”[10]nella sua Persona la Divinità e l’Umanità, lo Spirito e la Carne, il visibile e l’invisibile, di modo che tutto il mistero cristiano è caratterizzato dal “legame misterioso del carnale e dello spirituale”[11]. In unione con il Verbo Incarnato, Maria è il primo e perfetto esempio di questa teologia simbolica, teologia femminile; colei che ha concepito la Parola del Padre nella sua anima e nella sua carne per mezzo dell’azione dello Spirito Santo è descritta da san Luca come “colei che raccoglieva tutte le cose nel suo cuore” (Lc 2,19). Come donne, Teresa e Caterina condividono misteriosamente l’intimità verginale di Maria con il Corpo e il Sangue di Gesù.

Teresa stessa ci ha dato la migliore chiave della sua teologia simbolica disegnando e commentando il suo blasone alla fine del Manoscritto A (85v). In ciò che sembra apparentemente un gioco, la carmelitana sintetizza i principali simboli che utilizza nei suoi scritti. Nel quadro del grande simbolo dello Sposo e della Sposa, in relazione con i Misteri della Trinità, di Gesù Bambino e del Santo Volto, Teresa rappresenta Maria (simbolizzata dalla stella), e se stessa attraverso i simboli di due grappoli d’uva, ma soprattutto con i simboli della lira e del fiore…

Ricordiamo come, nella nostra santa, il Mistero di Gesù e il Mistero della Trinità sono percepiti in modo molto unificato, come un unico Mistero. In lei, il Nome di Gesù non indica prima di tutto la “santa Umanità” (come in Teresa d’Avila), ma la persona Divina del Verbo Incarnato, “uno della Trinità”. L’espressione più significativa di questo cristocentrismo trinitario si trova nell’Offerta all’Amore Misericordioso (Pr 6), quando la carmelitana chiede al Padre di “guardarla solo attraverso il Volto di Gesù e nel suo Cuore bruciante d’Amore”, cioè nel Fuoco dello Spirito Santo. Dal momento che il Padre ci ha donato suo Figlio attraverso Maria, è giustamente a Lei che Teresa “abbandona la sua offerta”. Il semplicissimo atto d’amore “Gesù ti amo”, che è come il “respiro” di Teresa, la immerge nella vita della Trinità: “Ah tu lo sai, Divino Gesù, io ti amo/ Lo Spirito d’Amore mi incendia con il suo fuoco/ Amando Te attiro il Padre” (P 17/2).

 

La lira e il fiore, simboli dell’amore verginale

Ora, dobbiamo considerare più attentamente i simboli della lira e del fiore, che sono i due principali simboli dell’antropologia teresiana.

La lira (o arpa) simbolizza il cuore umano, creato dal Dio dell’Amore a sua immagine e somiglianza, fatto per amare e per essere amato. Gli scritti di Teresa rivelano come questo meraviglioso strumento di musica che è il cuore umano comprende quattro corde (come il violino). Nel cuore femminile della nostra santa, queste quattro corde sono le dimensioni essenziali dell’Amore che la fa vivere: L’Amore di Sposa e di Madre, di Figlia e di Sorella; Amore Sponsale e Materno, Filiale e Fraterno. Teresa è una donna pienamente realizzata nell’Amore di Gesù l’Uomo-Dio e di tutta l’umanità in Lui. Donna consacrata nella verginità, è un testimone esemplare dello splendore dell’Amore verginale, un amore divino e umano insieme che è la più meravigliosa realizzazione del cuore umano, questo Amore che è stato totalmente vissuto da Gesù Nuovo Adamo e da Maria Nuova Eva.

Il Mistero della verginità è, in effetti, al cuore della teologia teresiana: verginità feconda di Gesù, di Maria e della Chiesa, verginità della persona consacrata, “verginità del corpo e dell’anima”, secondo la bella espressione di santa Giovanna d’Arco, verginità custodita fino alla morte “per Amore di Gesù”[12]. Teresa ne parla splendidamente[13], specialmente nelle Lettere a sua sorella Celina, e anche nelle sue poesie. Per lei, la verginità è un meraviglioso tesoro dato da Gesù Sposo.

“Quando io amo Cristo e quando lo tocco,

ho più puro il cuore e sono ancor più casta.

Il bacio della sua bocca, mi ha donato il tesoro

della verginità” (P 26/6).

Teresa fa evidentemente allusione alla prima domanda della Sposa del Cantico dei Cantici: “Che mi baci con i baci della sua bocca” (Ct, 1,2). La Sposa riceve questo dono per essere Madre:

“Sono Vergine, o Gesù, ma, che mistero!

Unendomi a Te, sono Madre di anime” (P 24/22).

Con Maria e la Chiesa, Teresa è Vergine, Sposa e Madre. Lei stessa definisce la sua vocazione dicendo: “essere tua sposa, o Gesù… essere attraverso la mia unione con Te madre delle anime”(Ms B 2v). Tuttavia, in lei, come in Francesco e Chiara d’Assisi, questa maternità verginale ha prima di tutto come oggetto Gesù stesso, in quanto Gesù afferma che colui che fa la volontà del Padre è sua madre, suo fratello e sua sorella[14].

Nell’esperienza di Teresa, l’amore verginale di Gesù è inseparabilmente l’amore del Figlio e di sua Madre, l’Amore dello Sposo e della sua Sposa. E’ un amore spirituale, cioè nello Spirito Santo, ed è nello stesso tempo un amore incarnato, che integra tutta la dimensione della carne e del sangue, e questo grazie all’Eucarestia.

Gesù si dona corporalmente nell’Eucarestia, nello stesso tempo come Figlio e come Sposo. Per esempio, nella sua ultimissima Lettera, Teresa contempla il Bambino Gesù disegnato nell’Ostia consacrata che il prete tiene nelle sue mani, e lei scrive queste semplici righe: “Non posso temere un Dio che per me si è fatto così piccolo!... Io l’amo!... Infatti egli non è che amore e misericordia!” (LT 266). La primissima esperienza eucaristica di Teresa, la sua prima comunione, è raccontata nel Manoscritto A nella tonalità dell’Amore di Gesù Sposo: “Ah! Come fu dolce il primo bacio di Gesù alla mia anima!... Fu un bacio d’amore, mi sentivo amata, ed anch’io dicevo: “Ti amo e mi dono a Te per sempre” (Ms A 35r). Teresa non ha paura di parlare di un vera “fusione” tra Gesù e lei stessa, in un dono totale e reciproco. Indica Gesù come “Colui che si donava così amorosamente a me” (ibid. 35v). Nella lunga Poesia 18, si trova prima di tutto una delicata allusione alla prima comunione come a un mistero di fidanzamento (str. 10), poi una delle espressioni più ardenti e più incarnate dell’Amore sponsale di Gesù:

“Io ho il tuo Cuore, il tuo Volto adorato,

il dolce tuo sguardo che m’ha trafitta;

ho delle sante tue labbra il bacio!

T’amo e non desidero nulla più,

Gesù” (P 18/51).

Troviamo la stessa tonalità sponsale dell’Eucarestia nella Poesia Vivere d’Amore, quando Teresa dice a Gesù:

“Tu nascosto nell’ostia per me vivi:

e io voglio per te, Gesù, nascondermi!

Pur occorre agli amanti solitudine,

un cuore a cuore che duri notte e giorno” (P 17/3).

Più tardi, lo stesso accento si ritroverà, con ancor più forza, nella Poesia: Questo è il mio Cielo:

“Il mio Cielo si nasconde nell’Ostia piccola

dove Gesù mio Sposo per amor si cela.

Attingo vita a questo Focolar di Dio;

là notte e giorno al dolce Salvatore dico:

“Oh, che istante beato quando, mio Amato,

vieni con tenerezza a trasformarmi in te!

Questa unione d’Amore ed ebbrezza ineffabile,

ecco il mio Cielo!” (P 32/3)

In Teresa come in tutti i mistici, questa forte vibrazione della “corda sponsale” include e trasfigura tutta la realtà dell’eros, come amore appassionato che ha per oggetto la Bellezza Divina e Umana dello Sposo. Così si esprimeva già l’autore del libro della Sapienza: parlando della Divina Sapienza, scriveva: “Ho desiderato prenderla come Sposa, mi sono innamorato (erastès) della sua Bellezza” (Sp 8,2). Ma il grande paradosso dell’amore verginale è che lo stesso Gesù è nello stesso tempo lo Sposo e il Figlio. Come Sposo, fa evidentemente vibrare la “corda sponsale” del cuore di Teresa; come Figlio, fa vibrare le altre tre corde: la corda filiale, secondo “lo spirito d’infanzia”, la corda materna e anche la corda fraterna. Attraverso la sua esperienza, Teresa fa risplendere una grande varietà antropologica: ogni donna ha un cuore di sposa e di madre, di figlia e di sorella, come ogni uomo ha un cuore di sposo e di padre, di figlio e di fratello. Ogni essere umano, creato e salvato da Gesù, è chiamato ad “amare con tutto il suo cuore”, secondo tutte queste corde o dimensioni, sia nella vocazione al matrimonio che in quella della verginità consacrata.

Se il simbolo della lira evoca soprattutto la bellezza e la ricchezza del cuore umano, l’altro simbolo teresiano, quello del fiore, caratterizza principalmente la condizione terrestre dell’homo viator, dell’uomo in cammino che non ha ancora raggiunto la Patria dei Cieli. Teresa utilizza questo simbolo al modo della Sacra Scrittura, per indicare nello stesso tempo la bellezza e la fragilità dell’essere umano in questa vita (cf. Mt 6,28-30). Ella si ricongiunge così ad uno dei significati della parola carne nella Bibbia. Nel libro d’Isaia, il simbolo del “fiore dei campi” caratterizza l’estrema fragilità e la mortalità di “ogni carne”, messa a confronto con la stabilità eterna della “Parola di Dio” (cf. Is 40,6-8). Ma la grande novità del Mistero di Gesù è precisamente che la “Parola si è fatta carne” (Gv 1,14), è diventata fragile e mortale come il fiore dei campi. Teresa utilizza questo simbolo biblico del “fiore dei campi” (o “piccolo fiore”) per se stessa, lo estende a tutta l’umanità (specialmente nel mirabile Prologo del Manoscritto A), ma soprattutto, lo applica a Gesù “nei giorni della sua carne” (cf. Eb 5,7), cioè in tutti i misteri della sua vita terrestre contemplati come misteri d’abbassamento, di piccolezza e di povertà, “essendo proprio dell’Amore abbassarsi” (Ms A 2v). E’ qui che Teresa si congiunge a Francesco e Chiara d’Assisi che contemplano “l’Amore di questo Dio/ Che povero fu deposto nella culla, /Povero visse in questo mondo/ E nudo rimase sulla Croce”[15].

Questo dunque è il grande mistero che Teresa ha intenzione di esprimere con il simbolo del fiore, mistero dell’amore che si abbassa, mistero della piccolezza e dell’umiltà del Figlio di Dio nella sua Incarnazione, nella sua Passione e nell’Eucaristia. Il fiore è il primo e il più importante di tutti i simboli teresiani della piccolezza evangelica. In rapporto all’altro grande simbolo, quello dell’infanzia, questo simbolo del fiore ha il primo posto, sia dal punto di vista cronologico che dal punto di vista teologico. Teresa sviluppa questo simbolo dell’infanzia solo dopo l’entrata di Celina al Carmelo (1894)[16], mentre l’espressione culminante del simbolo del fiore si trova già nei due testi del 1893 quasi contemporanei: la sua prima Poesia (P 1) composta per il 2 febbraio e la sua lettera a Celina del 25 aprile (LT 141). In questi due testi ammirabili, Teresa utilizza esattamente gli stessi simboli del fiore e della rugiada[17]. Il fiore è Gesù Bambino e Sposo in tutti i Misteri della sua vita terrestre, dalla culla alla Croce; la rugiada è l’amore della sua creatura di cui lui è assetato, inseparabilmente l’amore di sua Madre che gli dà da bere il suo “latte verginale” (P 1), e l’amore della sua Sposa che si dona tutta a Lui solo come una piccola goccia di rugiada (LT 141). Nello spirito delle parabole del Vangelo, Teresa inventa questa doppia parabola dell’amore verginale, di quest’amore che riempie il suo cuore di donna consacrata e che è inseparabilmente l’amore del Figlio e di sua Madre, dello Sposo e della sua Sposa. La lettera a Celina mostra come Teresa ha sposato la piccolezza di Gesù, esattamente come Francesco e Chiara avevano sposato la sua povertà. La prima poesia è senza dubbio uno dei testi più forti e più audaci di Teresa riguardanti il corpo. In sei strofe, Teresa riesce ad articolare i Misteri dell’Incarnazione, della Passione e dell’Eucarestia, contemplandoli in quest’intima comunione d’amore tra il Figlio e sua Madre, la comunione corporea e spirituale dell’amore verginale, simbolizzata dal “latte verginale” (espressione utilizzata nel titolo e ripetuta quattro volte nella poesia). Con audacia, Teresa esprime nella prima strofa il suo desiderio di “nascondersi sotto il velo” per contemplare questo mistero di bellezza, di tenerezza e d’intimità: Maria che dona il seno al suo Bambino per la prima volta. Tuttavia, come abbiamo notato precedentemente, una realtà così corporea sembra “scioccante” ai tempi di Teresa. La nostra santa lo sente, e così esprime questa realtà “con i fiori” nelle due strofe seguenti. La seconda strofa è una parabola: la parabola di un piccolo fiore che si apre per la prima volta, riscaldato dal sole e rinfrescato dalla rugiada del mattino. La strofa seguente è la spiegazione della parabola:

“Sei tu, Gesù il Fiore appena schiuso!

Al primo tuo risveglio ti contemplo.

Sei tu, Gesù, la stupenda Rosa,

il bocciolo fresco, gentil, vermiglio.

Le braccia purissime della tua Madre cara

per te diventano culla e regale trono.

Tuo dolce sole è il seno di Maria,

tua Rugiada è il suo Latte Verginale!” (P 1/3).

Con una grande sicurezza teologica, Teresa passa immediatamente dalla culla alla croce (str. 4). Gesù appena nato vede già “tutto il futuro”, già vede ed accetta la sua Croce. Teresa riprende i simboli del fiore e della rugiada. Lo stesso Gesù che era nella culla “il Fiore appena schiuso” sarà sulla croce “Fiore sbocciato”. Il “latte verginale” di Maria è diventato il suo Sangue redentore, quella stessa “rugiada” che verserà per noi nella sua Passione. Le due ultime strofe riguardano l’Eucarestia in cui ci sono veramente donate tutte queste realtà della carne e del sangue di Gesù nella sua Infanzia e nella sua Passione. Questo testo è evidentemente tipicamente femminile, mirabilmente femminile: è in tutto il suo essere di donna che Teresa sperimenta lo splendore di questi Misteri della carne e del sangue di Gesù, vivendoli con Maria.

La sovrapposizione dei Misteri dell’Incarnazione, della Passione e dell’Eucarestia è una delle grandi costanti della teologia teresiana. La troviamo per esempio nell’importante racconto simbolico intitolato “Il Sogno di Gesù Bambino” (LT 156), dove Teresa commenta un quadro dipinto da lei stessa, come farà anche per il suo blasone. Il Bambino Gesù guarda con Amore la sua Sposa attraverso la Passione e l’Eucarestia. La stessa dottrina trova il suo sviluppo più lungo nella sua piccola opera teatrale: Gli angeli alla culla di Gesù (PR 2). Questi misteri sono successivamente rappresentati dagli angeli: l’Angelo del Bambino Gesù, l’Angelo del Santo Volto, l’Angelo dell’Eucarestia. Tutti questi angeli cantano la meravigliosa bellezza del Divino Fiore nei Misteri del suo abbassamento. Vi troviamo l’accento tipicamente teresiano sulla piccolezza di Gesù nell’ostia, dove Egli è “molto più piccolo che un bambino” (5r), dove il suo Volto è nascosto “sotto un velo ancora più spesso di quello della natura umana” (5v). Allo stesso modo, ancora nella Preghiera per ottenere l’umiltà (Pr 20), Teresa contempla l’Eucarestia come il punto estremo dell’abbassamento del Figlio di Dio[18].Tuttavia l’accento più tipicamente teresiano si trova nella Poesia Al Sacro Cuore di Gesù (P 23), quando la carmelitana “dimostra” a partire dal suo proprio cuore i misteri dell’Incarnazione, della Passione e dell’Eucarestia. La sua sete d’Amore può essere “soddisfatta” solo dall’Amore di questo Dio che per lei si è fatto uomo, per lei ha versato il suo sangue, per lei ha istituito l’Eucarestia[19].

E’ in questa luce che ora concentreremo la nostra attenzione sui Misteri dell’Incarnazione e della Passione.

 

II/ L’INCARNAZIONE

La grazia di Natale

Come la maggior parte delle grazie ricevute da Teresa, la “grazia di Natale” è una grazia eucaristica, frutto della comunione:

“Fu il 25 dicembre 1886 che ricevetti la grazia di uscire dall’infanzia, in una parola la grazia della mia completa conversione. Tornavamo dalla messa di mezzanotte nella quale avevo avuto la felicità di ricevere il Dio forte e potente” (Ms A 45r).

Teresa descrive questa grazia come una comunione tutta nuova e molto personale con l’ammirabile scambio dell’Incarnazione: Gesù, “il Dio forte e potente” la fa uscire dall’infanzia quando Lui stesso vi entra; la libera dalle “fasce dell’infanzia” che la imprigionavano diventando Lui stesso questo neonato che Maria “avvolge in fasce” (cf. Lc 2,7); la fa crescere diventando Lui stesso piccolino. Nella sua freschezza e semplicità, il racconto di Teresa canta quest’ammirabile scambio dell’Incarnazione in un modo profondamente teologico. Si potrebbe leggere come un’eco delle omelie di san Leone il Grande per Natale:

“Non so come mi cullassi al dolce pensiero di entrare al Carmelo, visto che ero ancora nelle fasce dell’infanzia!…Bisognò che il Buon Dio facesse un piccolo miracolo per farmi crescere in un momento e questo miracolo lo fece nel giorno indimenticabile di Natale. In quella notte luminosa che rischiara le delizie della Santissima Trinità, Gesù il dolce piccolo Bambino di un’ora, cambiò la notte della mia anima in torrenti di luce… In quella notte nella quale Egli si fece debole e sofferente per mio amore, Egli mi rese forte e coraggiosa, mi rivestì della sua armatura e da quella notte benedetta, non fui più vinta in nessun combattimento; anzi camminai di vittoria in vittoria e cominciai, per così dire, "una corsa da gigante!…” (Ms A 44v).

Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi Dio; si è fatto piccolino per far crescere l’uomo; è diventato debole per renderlo forte. Teresa ne fa un’esperienza decisiva prima della sua entrata al Carmelo, quando sta per compiere 14 anni. La sua ultimissima “lettera” ne sarà l’eco, quando scriverà a fianco di un’immagine che rappresenta Gesù Bambino nell’ostia consacrata: “Non posso temere un Dio che per me si è fatto così piccolo!…Io l’amo!… Infatti egli non è che amore e misericordia!” (LT 266).

 

“Rimani in me come nel Tabernacolo”: Gesù in Maria e in Teresa

Nella sua Offerta all’Amore Misericordioso, appena dopo aver affidato quest’offerta a Maria, Teresa dice a Gesù:

“Ah, non posso ricevere la Santa Comunione tanto spesso come desidero! Ma, Signore, non sei tu Onnipotente?…Resta in me, come nel tabernacolo: non allontanarti mai dalla tua piccola ostia!” (Pr 6).

Al suo ardente desiderio della comunione quotidiana, Teresa aggiunge questo desiderio audace di conservare continuamente in lei la presenza del Corpo di Gesù. Nell’ambito di una teologia strettamente scolastica, questo desiderio ha potuto essere interpretato come la richiesta di un miracolo, quello della permanenza delle specie eucaristiche nel corpo di Teresa[20]. Bisogna evidentemente scartare tale interpretazione e capire la domanda di Teresa alla luce delle parole di Gesù: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui” (Gv 6,56). La carmelitana è sicura che grazie all’Eucarestia, Gesù dimora in lei non solamente spiritualmente ma anche corporalmente. E’ il suo modo più profondo ed anche più femminile di vivere con Maria.

Teresa usa questo simbolo eucaristico del tabernacolo quando contempla Maria incinta per l’azione dello Spirito Santo. Il suo corpo verginale è allora “il tabernacolo/ Che vela del Salvatore la divina bellezza” (P 54/8). In armonia con il Seno del Padre, il suo Seno materno è il “secondo Cielo” del Figlio di Dio (cf. P 24/1), mentre la sua anima è questa “umile e dolce valle” che “può contenere Gesù, l’Oceano d’Amore” (P 54/3). La sua umiltà “attira la santa Trinità: “Ecco, t’adombra lo Spirito d’Amore e il Figlio uguale al Padre s’incarna in te” (P 54/4). Unicamente questa piccolezza evangelica può contenere il Verbo Incarnato. Subito dopo aver contemplato Gesù presente corporalmente in Maria nell’Incarnazione, Teresa rivela come la comunione eucaristica l’identifica con Maria in questo mistero:

“Madre amata, io nella mia piccolezza

come te possiedo in me l’Onnipotente.

Ma perchè son debole io non mi turbo:

i tesori della madre vanno ai figli

e io son figlia tua, diletta Madre.

Mie sono le tue virtù, mio è il tuo Amore!

E quando in cuore mi scende l’Ostia bianca,

di riposar in te crede Gesù Agnello!” (P 54/5).

Questo è il senso della domanda: “Rimani in me come nel tabernacolo”. Teresa non si accontenta dell’idea della sua epoca: di una presenza fugace del Corpo di Gesù, che dura solo qualche minuto dopo la comunione. Con una grande sicurezza teologica, interpreta l’Eucarestia alla luce dell’Incarnazione. Come Maria e con Maria, Teresa “possiede” in lei stessa il Verbo Incarnato: se il suo vero Corpo “discende” in lei, non è per scomparire subito, ma per dimorarvici e riposare come in Maria.

Nello stesso senso dice ancora a Gesù: “Tu, il Dio grande che tutto il Cielo adora, / notte e giorno in me vivi prigioniero” (P 31/5). Tale è il significato della comunione quotidiana che desiderava tanto, così che canta nella Poesia 24:

“Pane vivente della fede, Celeste Nutrimento

O Maestro d’Amore

Mio Pane di ogni giorno

Gesù, sei Tu (...)

O pane dell’esilio! Santa e Divina Ostia

Non sono più io che vivo, ma vivo della tua vita.

Il tuo ciborio dorato

Fra tutti eletto

Gesù sono io!” (P 24/28-29).

Il simbolo del ciborio si congiunge con quello del tabernacolo per indicare il luogo dove dimora il vero Corpo di Gesù.

Ritroviamo la stessa teologia eucaristica centrata sulla comunione nel Manoscritto A, quando Teresa racconta il periodo che precedette la sua entrata al Carmelo:

“Gesù...si donava Lui stesso a me nella S. Comunione più spesso di quanto avrei osato sperare (...) A quel tempo non avevo assolutamente l’audacia che possiedo ora, altrimenti avrei agito in modo diverso, perchè sono sicurissima che un’anima deve dire al suo confessore l’attrazione che sente a ricevere il suo Dio. Non è per restare nel ciborio d’oro che Egli discende ogni giorno dal Cielo, ma per trovare un altro Cielo che gli è infinitamente più caro del primo: il Cielo della nostra anima, fatta a sua immagine, il tempio vivente dell’adorabile Trinità!” (Ms A 48v).

In rapporto con gli stessi simboli del ciborio e del tabernacolo, bisogna citare la mirabile lettera che Teresa novizia scrive a sua cugina Maria Guérin che si era astenuta dalla comunione a causa dei suoi scrupoli. Per Teresa, è evidentemente il demonio che impedisce alla ragazza di comunicarsi:

“Vuol privare Gesù di un tabernacolo amato; non potendo entrare in quel santuario, egli vuole che almeno rimanga vuoto e senza padrone! Ahimè, che diverrà questo povero cuore? Quando il diavolo è riuscito ad allontanare un’anima dalla Santa Comunione ha ottenuto tutto!...E Gesù piange!...O mia cara, pensa dunque che Gesù è lì nel tabernacolo proprio per te, per te sola, e brucia dal desiderio di entrare nel tuo cuore! Non ascoltare il demonio, burlati di lui e va’ senza paura a ricevere il Gesù della pace e dell’amore!” (LT 92).

 

Alla fine di questa lettera Teresa invita sua cugina a rivolgersi a Maria: “Non temere di amare troppo la Madonna, non l’amerai mai abbastanza e Gesù sarà molto contento, poiché la Vergine Santa è sua Madre” (ibid.). La carmelitana si congiunge a san Luigi-Maria Grignion di Montfort, che invita i fedeli a rivolgersi a Maria per essere liberati da ogni scrupolo[21], e a vivere con Lei la santa Comunione[22]. È noto l’entusiasmo di san Pio X quando conobbe questi testi di Teresa in favore della comunione quotidiana[23].

 

Gesù Bambino nei Misteri di Natale

Al seguito del Cardinale de Bérulle, san Luigi-Maria Grignion di Montfort contemplava principalmente Gesù vivente in Maria, nei mesi che precedono la sua nascita[24]. Definitivamente segnata dalla grazia di Natale, Teresa contempla principalmente il Bambino dopo la sua Nascita: ne parla spesso nei suoi scritti. Alcuni di essi, i più lunghi, sono dei veri Misteri del Bambino Gesù[25].

Nella sua ultima poesia, pregando Maria, Teresa contempla l’avvenimento della Natività: “E’ in una stalla/ Che la Regina dei Cieli deve partorire un Dio” (P 54/9). Lo sguardo della carmelitana si rivolge subito verso il neonato:

“Quando io vedo l’Eterno avvolto in fasce

e il vagito sento del Divino Verbo,

o Madre amata, più non invidio gli Angeli:

m’è Fratello amato il forte lor Signore.

Come t’amo, Maria, che il tuo Divin Fiore

hai fatto dischiudere sulle nostre rive!” (ibid. 10).

Ritroviamo il grande simbolo del Fiore, che Teresa applicava già a Gesù nella sua prima poesia. Il mistero dell’allattamento verginale è ancora celebrato da Teresa nella sua grande poesia cristologica, la Poesia 24:

“Ricorda: di Maria le braccia

al regal trono hai preferito.

Il solo latte della Vergine

sostenne la tua vita fragile.

O piccolo fratello Gesù, invitami

al banchetto d’amore di tua Madre.

Il cuor t’ha fatto battere

la tua sorella piccola,

ricorda!” (P 24/4).

Esprimendo questo desiderio di bere alla stessa sorgente del Seno di Maria, Teresa fa allusione al Cantico dei Cantici, quando la Sposa dice al suo Sposo: “Oh se tu fossi un mio fratello, allattato al seno di mia madre!” (Ct 8/1). Questo “piccolo fratello” è già suo Sposo. Nello stesso senso, Teresa fa dire da Maria ad una giovane suora.: “Il Dio-Bambino sarà tuo Sposo” (P 13/2). Allo stesso modo, per la festa del Natale 1895, Teresa fa rappresentare Il piccolo Mendicante divino di Natale che chiede l’elemosina alla Carmelitane (PR 5). Attraverso una moltitudine di simboli, Gesù è presentato come il bambino che chiede del latte (2), un giocattolo (12), una culla (21), delle fasce (22); ed anche come Sposo che vuole riposarsi sul cuore della sua sposa (13), Colui che il Cantico dei Cantici celebra come “L’affascinante Fiore dei campi” (14, cf. Ct 2,1); la sposa è chiamata alla piena somiglianza con lui: “Ah! Siate l’immagine vivente/ Lo Specchio puro del vostro Sposo” (16). Come abbiamo già visto nei due grandi testi del 1893 (P 1 e LT 141), Teresa canta nello stesso tempo l’Amore del Figlio e della Madre, dello Sposo e della Sposa, con molto pudore e molta audacia. I simboli corporei del sangue e del latte sono articolati in modo molto bello: come il latte verginale di Maria ricevuto da Gesù diventava il suo sangue redentore che verserà per noi sulla Croce, così, secondo le parole di Teresa, “Maria può cambiare in Latte il sangue che sprizza dalle ferite provocate dall’Amore” (LT 185). Queste ferite sono quelle della Sposa “che abbraccia sempre Gesù, il Divino mazzetto di Mirra che riposa sul suo cuore” (ibid.). Ritorneremo su questo bel simbolo del Cantico dei Cantici (Ct 1,13).

Il piccolo Bambino è sempre l’Onnipotente che non cessa di creare il mondo; è già lo Sposo che ama coscientemente la sua sposa e che “pensa” a lei. Teresa lo esprime nella Poesia 24 parlando a Gesù:

“Con la tua mano carezzando Maria,

tu reggevi il mondo e gli davi vita.

E tu a me già pensavi,

piccolo Re Gesù” (P24/6).

La stessa certezza è costantemente affermata da Teresa. Ne troviamo una bella espressione in Il sogno di Gesù Bambino (LT 156). Il piccolo Bambino è già coscientemente rivolto verso la Passione e l’Eucarestia per amore della sua sposa. Ben lungi dall’essere una pia esagerazione, si tratta invece di uno dei punti forti della cristologia di Teresa. In modo semplice, esperienziale ed amoroso, verifica il mistero della visione beatifica sempre presente nell’anima di Gesù, dal suo concepimento, in tutta la sua vita terrestre, nella sua Passione e per l’eternità. E’ solo grazie a questa visione che Gesù, nel suo Cuore umano, poteva veramente conoscere e amare personalmente ognuno di noi, ogni uomo, dalle origini fino alla fine dei tempi. Questa dottrina, particolarmente approfondita da san Tommaso, è stata ripresa da tutti i santi e autori spirituali, quali santa Caterina da Siena, il Cardinale de Bérulle, san Luigi-Maria di Montfort o santa Gemma Galgani.

Infine, bisogna citare un altro accento molto delicato di Teresa che riguarda i sacerdoti e che apparve sin dall’epoca del suo noviziato: il paragone tra il sacerdote e Maria per il loro contatto quotidiano con il Corpo di Gesù. Così, Teresa scrive a Celina alla vigilia dell’anno 1890: “Occorre che quest’anno facciamo che molti sacerdoti sappiano amare Gesù, che lo tocchino con la stessa delicatezza con la quale Maria lo toccava nella culla!...”[26].

 

III/ LA PASSIONE

Pranzini “il mio primo figlio”

Nel Manoscritto A, immediatamente dopo la grazia di Natale, Teresa continua il racconto di una grazia altrettanto importante, ricevuta qualche mese più tardi, una grazia di comunione al Mistero della Passione Redentrice. Il racconto di queste due grazie di comunione all’Incarnazione e alla Redenzione è il cuore del primo Manoscritto. Lo Spirito Santo conduce la ragazza dalla Culla alla Croce, dall’Ammirabile scambio dell’Incarnazione all’ammirabile scambio della Redenzione: nell’Incarnazione, Dio è diventato uomo perchè l’uomo diventi Dio; nella Redenzione, Lui che era senza peccato è diventato peccato per noi, perchè noi diventassimo in Lui Giustizia di Dio (cf. II Cor 5,21).

Mentre la grazia di Natale era puramente una grazia di conversione personale, di liberazione e di crescita spirituale, questa seconda grazia riguarda principalmente la salvezza del prossimo, ma in un’unione ancora più personale e più intima con Gesù, unione feconda della sposa con il Crocifisso, che la rende madre dell’uomo riscattato dal suo Sangue. Uscita dall’infanzia a Natale, Teresa è divenuta una donna, è diventata sposa e madre a 14 anni, prima della sua entrata al Carmelo. Nel suo cuore femminile, la carità fa vibrare queste due corde, le più forti e le più belle, dell’amore sponsale e dell’amore materno: amore sponsale di Gesù Crocifisso e amore materno del prossimo. Questa grazia è un nuovo sguardo verso Gesù Crocifisso e verso il prossimo, il più povero peccatore per il quale Gesù ha versato il suo Sangue. E’ una grazia eucaristica, ricevuta durante la messa domenicale, attraverso una semplice immagine, ma che diventa per Teresa una vera icona, facendole vedere il Mistero della Redenzione:

“Una domenica, guardando una fotografia di Nostro Signore in Croce, fui colpita dal sangue che cadeva da una delle sue mani Divine: provai un grande dolore pensando che quel sangue cadeva a terra senza che nessuno si desse premura di raccoglierlo, e decisi di tenermi in spirito ai piedi della Croce per ricevere la rugiada Divina che ne sgorgava, comprendendo che avrei dovuto, in seguito, spargerla sulle anime... Anche il grido di Gesù sulla Croce mi riecheggiava continuamente nel cuore: “Ho sete!”. Queste parole accendevano in me un ardore sconosciuto e vivissimo. Volevo dar da bere al mio Amato e io stessa mi sentivo divorata dalla sete delle anime” (Ms A 45v).

L’immagine rappresenta il Crocifisso e Maria Maddalena che abbraccia i suoi piedi[27], tenendosi sotto il braccio destro della Croce, dove la mano di Gesù è inchiodata. E’ con gli occhi della fede che Teresa vede il sangue che cola dalla mano di Gesù e cade sulla Maddalena, perchè il sangue è invisibile nell’immagine[28]. Attraverso questa contemplazione amorosa del Sangue di Gesù, Teresa si congiunge a Caterina da Siena, Dottore del Corpo e del Sangue di Gesù. Per Caterina, la Maddalena è la “discepola innamorata” che mostra tutto il suo Amore quando rimane là sul Calvario, abbracciata alla Croce dove Gesù è inchiodato, “inondata dal suo Sangue, inebriandosi e bagnandosi nel suo Sangue[29]. Attraverso la “risoluzione” di “rimanere in spirito ai piedi della Croce”, Teresa si identifica con la Maddalena. Desidera ardentemente che il Sangue di Gesù cada su di lei per la salvezza degli altri. Il suo timore è che cada “a terra”, senza raggiungere l’uomo peccatore per il quale è stato versato. Qui, come nella sua prima poesia, Teresa applica il simbolo della rugiada al Sangue di Gesù, questa rugiada che Egli spande quando è “sulla Croce, Fiore Sbocciato” (P 1/4).

Nella sua semplicità, questo testo illumina profondamente il senso della corredenzione e della mediazione di Maria e della Chiesa. C’è una vera collaborazione della creatura, come sposa e madre, all’opera compiuta da Gesù, l’unico Salvatore, l’unico Redentore, l’unico Mediatore. Questa collaborazione non consiste nell’aggiungere qualcosa al Sangue di Gesù, ma nel comunicare questo Sangue agli uomini di tutti i tempi e di tutti i paesi.

Teresa si tiene presso la Croce come sposa che vuole dare da bere al suo “Diletto”, ed è allora che diventa madre per mezzo della fecondità verginale del Sangue Redentore che lei raccoglie. Racconta subito come Gesù le dà come “suo primo figlio” il criminale Pranzini (Ms A 45v-46v). E’ una delle pagine più belle e più forti sulla speranza nella Misericordia. Questo criminale condannato a morte è sul punto di morire nell’impenitenza. Teresa ha coscienza dell’estremo pericolo in cui si trova, ma nello steso tempo, non può rassegnarsi alla perdita di questo fratello per il quale Cristo è morto. Scrive: “Volli ad ogni costo impedirgli di cadere nell’inferno”. L’unico prezzo è il Sangue di Gesù. La giovane fa celebrare una Messa per lui. Esprime la certezza della sua salvezza in modo assoluto: “anche se non si fosse confessato e non avesse dato alcun segno di pentimento, tanto avevo fiducia nella misericordia infinita di Gesù” (ibid.). Prima di essere giustiziato, Pranzini abbraccerà il Crocifisso che gli presenterà il cappellano della prigione. Questo semplice segno riporta Teresa al punto di partenza, la contemplazione del Crocifisso:

“Non era forse davanti alle piaghe di Gesù, vedendo colare il suo sangue Divino, che la sete delle anime era entrata nel mio cuore? Volevo dar loro da bere quel sangue immacolato che avrebbe purificato le loro macchie, e le labbra del mio primo figlio andarono a incollarsi sulle piaghe sante!!!... che risposta ineffabilmente dolce!... Ah, dopo quella grazia unica, il mio desiderio di salvare le anime crebbe ogni giorno! Mi sembrava di udire Gesù che mi diceva come alla samaritana: Dammi da bere!”. Era un vero e proprio scambio d’amore: alle anime davo il sangue di Gesù, a Gesù offrivo quelle stesse anime rinfrescate dalla sua rugiada divina” (Ms A 46v).

Gesù ha quindi dato a Teresa come “primo figlio” il più miserabile peccatore, colui che agli sguardi umani era un caso disperato. Per lui, la ragazza ha sperato contro ogni speranza, in tutta la forza del suo Amore di Sposa e di Madre. Quest’esperienza è fondamentale, fondatrice. Teresa esprimerà il suo desiderio di salvare “le anime che sono sulla terra” (Pr 6); “le” anime, e non solo “delle” anime! Oserà anche fare questa preghiera: “Gesù, fa che io salvi molte anime: che oggi non ce ne sia una sola dannata” (Pr 2). Ed è finalmente con la stessa fiducia che nella sua grande prova contro la fede, intercederà per gli atei e i nemici della Chiesa (cf. Ms C 5v-7v).

La Fuga in Egitto (PR 6)

In tutto questo, Teresa è particolarmente vicina a Maria, Madre di tutti gli uomini riscattati dal sangue di Gesù, Madre di Misericordia e Rifugio dei peccatori. La dimensione profondamente mariana di questa esperienza di Teresa può essere esplicitata alla luce della sua piccola opera teatrale su La fuga in Egitto (PR 6), contemporanea al Manoscritto A. È l’opera più illuminante di Teresa sulla maternità, specialmente nel dialogo che lei immagina tra Maria la Madre di Gesù e Susanna la madre di Dimas, il futuro buon ladrone del Vangelo. Questa storia inventata è una meravigliosa parabola dell’amore materno. Maria, la Tutta Santa ha “un cuore di madre”, ma questa povera donna pagana e peccatrice ha anche lei “un cuore di madre”, un cuore capace di accogliere il Bambino Salvatore ed ottenere la salvezza del bambino peccatore. Ciò che Teresa fa dire da Maria a Susanna per la salvezza del suo bambino corrisponde esattamente a ciò che lei aveva vissuto in rapporto a Pranzini:

“Abbiate fiducia nella misericordia infinita del Buon Dio: è così grande da cancellare i più grandi misfatti, quando trova un cuore di madre che ripone in essa tutta la sua fiducia. Gesù non desidera la morte del peccatore, ma che egli si converta e viva in eterno. Questo bambino che senza sforzo ha guarito vostro figlio dalla lebbra, lo guarirà un giorno da una lebbra ben più pericolosa. Allora un semplice bagno non basterà più: occorrerà che Dimas sia lavato nel sangue del Redentore. Gesù morirà per dare la vita a Dimas ed egli entrerà nel Regno Celeste nello stesso giorno del Figlio di Dio” (PR 6,10r).

Maria sarà là, presso la Croce, a raccogliere per mezzo della sua preghiera il sangue di Gesù: lo spanderà su Dimas, su tutti i peccatori, su tutti gli uomini che quindi diventeranno suoi figli.

La comunione all’Agonia di Gesù (P 24/21-22).

L’espressione più “corporea” di questa comunione di Teresa al Mistero della Redenzione come Sposa di Gesù e Madre dei peccatori si trova nella sua grande poesia cristologica: Gesù mio Diletto ricorda (P 24), nelle due strofe che riguardano l’Agonia del Getsèmani. Le strofe precedenti mettono l’accento sull’amore sponsale: “Gesù, mio tenero Sposo” (str. 19). Come S. Giovanni nell’ultima Cena, Teresa può riposare sul Cuore di Gesù:

“L’amato apostolo io non invidio:

i tuoi segreti so, ché son tua Sposa.

Mio Divin Salvatore,

sul cuor tuo m’assopisco:

esso è mio!” (str. 20).

Lungi dall’essere un qualsiasi intimismo egoista, quest’intimità della sposa con il suo Sposo è la fonte della sua fecondità materna e verginale. Teresa lo dice subito sollevandosi dal cuore verso il Volto di Gesù quale si rivela al Getsèmani. Bisogna citare per intero queste due stupende strofe:

“La notte dell’agonia, il Sangue

mescolasti al pianto, ricorda;

Rugiada d’Amore preziosa,

virginei fiori germinò.

Ti mostrò un angelo l’eletta messe

E il Santo Volto tuo tornò gioioso.

Gesù, in mezzo ai tuoi gigli

Tu m’hai vista sempre:

ricorda!

Verginizzò, ricorda, i fiori

Quella tua feconda Rugiada

E fin da qui li preparò

A generarti molti cuori.

Gesù, sono vergine, ma – mistero! –

Io, unita a Te, divengo madre d’anime!

I fiori verginali,

che salvano i peccatori,

ricorda!” (str. 21-22).

Teresa fa allusione al sudore di sangue (cf. Lc 22,44) e alle lacrime (cf. Eb 5,7) di Gesù in Agonia. Il sangue e l’acqua che sgorgheranno in abbondanza dal suo Costato trafitto dopo la sua morte, scorrono già sul suo Volto nel primo istante della sua Passione. In rapporto con il Volto di Gesù, questo simbolo della rugiada ha prima di tutto un carattere sponsale, in relazione a un versetto del Cantico dei Cantici particolarmente caro a Teresa. È la Parola dello Sposo: “Aprimi Sorella mia Sposa, perché il mio volto è coperto di rugiada e i miei riccioli di gocce della notte”[30]. Qui, come nei due testi del 1893 (P 1 e LT 141), il simbolo della Rugiada è in relazione con quello del fiore, nella duplice dimensione sponsale e materna. Gesù nella sua passione è il “Fiore Sbocciato” (P 1), lo Sposo che dona la sua “rugiada” alla sua Sposa. Alla sposa che si era donata a Lui come la sua “piccola goccia di rugiada” nel Calice del Fiore dei Campi (LT 141), Gesù ora dà “la rugiada d’amore” che sgorga dal suo Corpo sofferente, “la rugiada feconda” del suo Sangue Redentore mescolato con l’Acqua Viva dello Spirito Santo. “La rugiada d’amore” che ha fatto germogliare sulla terra “questi fiori verginali” è anche “la rugiada feconda” che li rende madri verginizzandoli[31]. Nel cuore di queste strofe scaturisce la splendida affermazione: “Sono vergine, o Gesù, tuttavia - che mistero - unendomi a Te sono madre di anime”. Infine, è significativo che Teresa contempli inseparabilmente il Corpo e il Cuore di Gesù: nella sua Agonia, Gesù “vedeva” Teresa, come nella sua infanzia “pensava” a lei[32].

Gesù “Mazzetto di Mirra”

In questa vita, l’Amore verginale di Gesù trova quindi la sua espressione culminante nella comunione alla sua Passione redentrice. È qui che la donna consacrata è pienamente sposa e madre. La testimonianza di Teresa su questo punto si congiunge a quella di altre sante: Chiara d’Assisi, Caterina da Siena, Gemma Galgani.

In una delle sue ultime Lettere a Celina, una delle più ricche dal punto di vista biblico, Teresa esprime simbolicamente questa pienezza dell’Amore Sponsale verso il Crocifisso: “Spesso, come la sposa, noi possiamo dire che “il nostro Diletto è un mazzetto di mirra”, che è per noi uno Sposo di sangue” (LT 165). Queste due espressioni sono tratte dalla Scrittura. “Sposo di Sangue” viene da Es 4,25. Teresa utilizza parecchie volte quest’espressione che si riferisce al Mistero della Circoncisione[33]. L’altra espressione, “il mazzetto di mirra” viene dal Cantico dei Cantici[34], secondo la traduzione della Volgata, quando la Sposa dice: “Il mio diletto è per me un mazzetto di mirra, dimora tra i miei seni” (CT 1,13). Teresa ama particolarmente questo versetto, appreso dai tempi del suo noviziato[35]. Esprime in modo privilegiato la relazione sponsale con Gesù nella sua Passione, e soprattutto con il Santo Volto. Nelle Poesie 18 e 20, quest’espressione trova la sua eco in un altro versetto del Cantico dei Cantici, ugualmente caro a Teresa, ma che è attribuito allo Sposo: “Io sono il Fiore dei Campi, il Giglio della Valle” (Ct 2,1)[36]. La carmelitana concretizza tutto ciò in un’azione simbolica, portando continuamente su di lei una piccolissima immagine del Volto Santo incorniciato dalle parole: “Fa’ che io ti rassomigli, Gesù” (Pr 11)[37]. Il “Mazzetto di mirra” è Gesù come Fiore doloroso che riposa dolcemente sul seno e sul cuore della sua Sposa. Questo simbolo appare in modo splendido nella Lettera 144 a Celina, dove Teresa passa con un’estrema delicatezza dal punto di vista della bambina a quello della sposa. Mentre la bambina vorrebbe svegliare Gesù che dorme nella barca durante la notte e nella tempesta, la sposa al contrario lo lascia dormire offrendogli “il cuscino” del suo cuore e del suo seno[38].

Infine, Teresa è ricorsa ancora al simbolo del fiore per esprimere fino all’estremo la sua comunione amorosa alla Passione di Gesù, nella sua sconvolgente poesia intitolata Una rosa sfogliata (P 51). Ella vive allora la sua grande prova contro la fede, caratterizzata dalla vertigine del nulla, ma lei sa che “l’Amore si abbassa fino al nulla” per trasformarlo in fuoco (cf. Ms B 3v). Così, “Una rosa sfogliata senza ricerca si dona/ Per non essere più”[39]. L’ultimo desiderio espresso da Teresa è d’essere questa rosa sfogliata sotto i passi di Gesù nella sua Infanzia e nella sua Passione. “E vorrei ancora addolcire al Calvario/ I tuoi ultimi passi” (P 51/5, ultimi versi). Questa è l’ultima espressione corporea dell’Amore che si abbassa fino all’annientamento.

Teresa, che ha seguito Gesù fino al punto estremo del suo annientamento, della sua kenosi, gli rassomiglierà anche nella sua gloria quando il suo corpo sarà configurato a quello del Risorto. Tale è l’ultimo tocco della teologia teresiana del corpo, con la quale conviene far punto, citando le parole dell’Atto d’Offerta indirizzate a Gesù:

“Sarà con gioia che ti contemplerò l’ultimo giorno mentre reggi lo scettro della Croce. Poiché ti sei degnato di darmi in sorte questa Croce tanto preziosa, spero di rassomigliarti nel Cielo e di veder brillare sul mio corpo glorificato le sacre stimmate della tua Passione!” (Pr 6).



[1] Questo è il metodo utilizzato nel mio libro: L’Amour de Jésus. La christologie de sainte Thérèse de l’Enfant-Jésus (Paris, 1997, ed. Desclée, col “Jésus et Jésus-Christ”, n° 72). Il carattere propriamente teologico di questo metodo è stato dimostrato nella mia tesi, di cui l’ultimo capitolo riguarda Teresa: Connaître l’Amour du Christ qui surpasse toute connaissance. La théologie des saints (Venasque, 1989, ed du Carmel).

[2] “Non è forse dall’orazione che i Santi Paolo, Agostino, Giovanni della Croce, Tommaso d’Aquino, Francesco, Domenico e tanti altri illustri Amici di Dio hanno attinto questa scienza divina che affascina i geni più grandi?” (Ms C 36r). Questo è uno dei testi più luminosi riguardanti la teologia dei santi, questa stessa scienza divina più che geniale che i santi più diversi hanno attinto alla sorgente della preghiera. Dopo gli Apostoli (rappresentati da Paolo), sono i Padri della Chiesa (rappresentati da Agostino), i Dottori medievali (rappresentati da Tommaso d'Aquino), e i Mistici (rappresentati da Francesco e Giovanni della Croce).

[3] Queste statistiche sono date nel: Les mots de sainte Thérèse de l’Enfant-Jésus. Concordance Générale (Paris, 1996, ed du Cerf).

[4] Secondo l’espressione tipica di Cartesio: “Io, cioè la mia anima”.

[5] Cf. P. DESCOUVEMONT e H.N.LOOSE: Thérèse et Lisieux (Paris, 1991, ed du Cerf, volume abitualmente indicato con le iniziali DLTH). Si trovano alle pagine 154 e 155 delle immagini che suggeriscono Maria che allatta suo Figlio, evitando sempre di rappresentare il suo seno. E’ lo stesso per l’immagine di Gesù Crocifisso che ha molto colpito Teresa e di cui parleremo più avanti: il sangue di Gesù non vi è rappresentato.

[6] Espressione tipicamente teresiana utilizzata nelle ultime righe del Manoscritto C (36v) e in LT 24

[7] Su quest’aspetto del corpo e della corporeità in Caterina da Siena, rimando particolarmente al capitolo III del mio libro: Théologie de l’Amour de Jésus (Venasque, 1996, ed du Carmel).

[8] Questa differenza e complementarità tra una teologia femminile, più concreta e più simbolica, e una teologia maschile, più astratta e più speculativa, appare in modo esemplare nel confronto tra Caterina da Siena e Tommaso d’Aquino.

[9] Quest’opera, intitolata: Le vie della Conoscenza di Dio, apparirà prossimamente nella traduzione francese (Genève, ed Ad Solem).

[10] Tale è il senso del verbo greco sumballein, da cui deriva la parola sumbolon,

[11] Quest’espressione appartiene a Charles Péguy, contemporaneo di Teresa, nel suo breve commento in prosa del suo lungo poema: Eve, commento pubblicato sotto lo pseudonimo di Durel.

[12] E’ in effetti “per amore di Gesù” che santa Maria Goretti ha perdonato al suo assassino, dopo aver “difeso la sua verginità fino alla morte” (secondo l’orazione della sua festa).

[13] Utilizza le parole: vergine, verginale, verginità inventando anche la parola “verginizzare”.

[14] cf. Mt 12,50. In riferimento a questo testo, Francesco afferma che tutti i fedeli che vivono nella carità sono realmente “sposi, fratelli e madri” di Gesù (Lettere ai fedeli, Prima recensione). Santa Chiara riprende quest’affermazione al femminile nella prospettiva della verginità consacrata nelle sue Lettere a santa Agnese di Praga: “voi siete sposa e madre e sorella del mio Signore Gesù Cristo (Prima lettera, n° 12. Cf. il volume: CLAIRE ET FRANÇOIS D’ASSISE: Ecrits, Paris, 1991, ed du Cerf, che riprende la traduzione dei due volumi di Ecrits nella collezione “Sources Chrétiennes”). Lo stesso tema si ritrova in una lettera di Teresa a Celina: “Ah! Che grazia essere vergine, essere sposa di Gesù! Bisogna che sia davvero bello, davvero sublime, giacché la più pura, la più intelligente di tutte le creature ha preferito rimanere vergine piuttosto che divenire Madre di un Dio!... Ed è questa grazia che Gesù ci accorda. Egli vuole che siamo le sue spose e poi ci promette anche di essere per lui sua Madre e sue Sorelle; lo dice, infatti, nel vangelo: “Colui che fa la volontà del Padre mio, quegli è mia Madre, i miei fratelli, le mie sorelle”. Sì, colui che ama Gesù è tutta la sua famiglia. Egli trova in questo cuore unico, che non ha l’eguale, tutto quello che desidera. Vi trova il suo Cielo!... (LT 130).

[15] Quest’espressione si trova nel cuore del Testamento di santa Chiara.

[16] Questo è l’apporto del P. Conrad de Meester nella sua tesi: Dinamica della Confidenza.

[17] Nel mio libro sulla cristologia di Teresa, lo studio di questi testi occupa tutto un capitolo intitolato: Les symboles de la fleur et de la rosée dans deux textes de 1893 (p. 147-170).

[18] Troviamo gli stessi accenti in san Francesco, che invita i sui fratelli a contemplare e imitare “l’umiltà di Dio” nell’ostia (Lettera a tutto l’Ordine). Nello stesso senso contempla la stessa umiltà del Figlio di Dio nell’Incarnazione e nell’Eucarestia: “Ecco, ogni giorno Egli si umilia come quando dai troni regali discese nel ventre della Vergine; ogni giorno viene Lui stesso a noi sotto un’umile apparenza; ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle mani del sacerdote” (Ammonizione I).

[19] Questo testo è come il Cur Deus Homo di Teresa. Come sant’Anselmo, anche lei ci mostra “Perché Dio si è fatto uomo”.

[20] Cf. Opere Complete, Pr 6 nota 9, p 1438.

[21] Cf. Traité de la Vraie Dévotion, n° 107, 145, 169, 215.

[22] Traité de la Vraie Dévotion, n° 266-273.

[23] Nella prospettiva di Teresa, possiamo considerare come discutibile una certa spiritualità contemporanea del “digiuno eucaristico”, che consiste nel rinunciare alla comunione quotidiana (privandosene in alcuni giorni).

[24] Cf. BERULLE: La vie de Jésus (Paris, ed du Cerf, col “Foi Vivante”).

[25] Sono le PR 2, 5 e 6 così come LT 156.

[26] LT 101. Lo stesso pensiero è espresso in Pr 8, PR 2,7v.

[27] Quest’immagine è riprodotta nelle Opere Complete (fuori del testo, tra le pagine 416 e 417).

[28] Si nota sempre la stessa tendenza “disincarnata”, lo stesso rifiuto del corpo: rifiuto di rappresentare il seno di Maria, rifiuto di rappresentare il sangue di Gesù.

[29] Lettere 61, 163.

[30] È secondo questa traduzione che Teresa cita per la prima volta questo versetto durante il suo noviziato (LT 108). Lo stesso testo sarà citato in LT 158 e Pr 12.

[31] Nello stesso senso, Teresa parla del “vino che fa germogliare i vergini” (Zc 9,17) (LT 156; LT 183; PR 2,7v).

[32] cf. Pascal che fa dire a Gesù: “Io pensavo a Te nella mia Agonia” (Pensées. Le Mystère de Jésus).

[33] In LT 82 e 112. Il contesto non permette a Teresa di parlare esplicitamente della Circoncisione di Gesù come faceva S. Caterina da Siena in alcuni testi splendidi riguardanti questa prima effusione di Sangue di Gesù come segno dell’alleanza nel suo vero corpo di uomo (cf. Lettere 50, 143, 221, 262).

[34] Sull’interpretazione teresiana di quest’espressione, rinvio al mio libro sulla cristologia di Teresa (p 217-234).

[35] Lo cita per la prima volta in LT 108.

[36] P 18/37; P 20/3-4.

[37] Secondo P. Descouvemont, “questa preghiera su pergamena si trovava in un sacchetto che Teresa portava costantemente su di sé, sul petto. Vi aveva messo anche la formula dei suoi voti” (DLTH, p 139). Questo sacchetto conteneva anche la medaglia miracolosa di Maria.

[38] “Gli apostoli gli avevano dato un guanciale. Il vangelo ci riporta questo particolare. Ma nella piccola barca della sua sposa amata N.S. trova un altro guanciale molto più dolce: è il cuore di Celina, dove Egli dimentica tutto: è a casa sua!… Non è una pietra che sostiene il suo capo divino (quella pietra cui sospirava durante la sua vita mortale): è un cuore di bambina, è un cuore di sposa. Oh quanto è felice Gesù! Ma come può essere felice mentre la sua sposa soffre e veglia, e invece Lui dorme così dolcemente? Non sa forse che Celina non vede altro che la notte, che il suo volto divino le rimane nascosto e talvolta perfino il peso che sente sul suo cuore le sembra gravoso?… Che mistero! Gesù, il piccolo bambino di Betlemme che Maria portava come “leggero fardello” si rende pesante, così pesante che S. Cristoforo se ne stupisce… La sposa dei Cantici, anche lei dice che “il suo Diletto è un mazzetto di mirra e che Egli riposa sul suo seno”. La mirra è la sofferenza ed è così che Gesù riposa sul cuore di Celina! E tuttavia Gesù è felice di vederla nella sofferenza; è felice di ricevere tutto da lei durante la notte…” (LT 144).

[39] P 51/3. Le parole sono state sottolineate da Teresa.


AUTOR: Fr. François-Marie Léthel OCD

 

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