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Teresa di Lisieux e la Vergine MariaPerché ti amo, o Maria

Poco tempo prima di morire, nel maggio del 1897, Teresa rivelò quale posto aveva Maria nella sua vita mediante un lungo componimento poetico dal titolo Pourquoi je t'aime, ô Marie (Perché t'amo, Maria, P 54)[1]. E' la sua ultima poesia, quasi il suo testamento mariano composto a richiesta di suor Maria del sacro Cuore, la sorella Maria, per la quale aveva già scritto il suo capolavoro, il secondo manoscritto autobiografico (Ms B), alcuni mesi prima (settembre 1896).

 

Esiste una parentela profonda tra i due testi. Sono preghiere rivolte a Gesù (ms B) e a Maria (P 54); sono animate dallo stesso grande ritornello: "ti amo". Questo atto d'amore, che Teresa desiderava rinnovare "ad ogni battito del suo cuore (...) un numero infinito di volte" (cf. Pri 6), è stato la sua ultima parola, espressa in un ultimo sospiro. Teresa è morta mentre diceva a Gesù: "Dio mio, ti amo". Questo fondamentale "Gesù ti amo", che illumina tutti gli scritti di Teresa, non è un'espressione sentimentale, ma l'atto stesso della carità, mediante la quale lo Spirito santo la introduce nella vita intima della Trinità. Così ha scritto: "Ah! tu lo sai, divino Gesù, ti amo. / Lo Spirito d'amore m'infiamma del suo fuoco. / Amandoti attiro il Padre" (P 17).

Inseparabile da questo "Gesù ti amo" è l'atto d'amore rivolto a Maria: "Ti amo, o Maria". E' il grande ritornello della poesia mariana di Teresa; già enunciato nel titolo, instancabilmente ripetuto lungo le strofe, è illuminato dall'altro ritornello: "Sono tua figlia" (o bambina: "enfant"). La poesia è quindi come il complemento mariano dei manoscritti autobiografici, e a partire da essa si può tentare di scoprire il posto di Maria nella vita di Teresa e nella sua dottrina spirituale.

 

Attualità dell'insegnamento mariano di Teresa

Si tratta di una vera dottrina mariana, di grande attualità, che coincide con le affermazioni del Concilio Vaticano II (Lumen Gentium, cap. VIII) e dei papi Paolo VI (Marialis cultus) e Giovanni Paolo II (Redemptoris Mater). Profondamente radicato nella spiritualità mariana del Carmelo, l'insegnamento di Teresa è anche in armonia con quello di altri santi, in particolare di san Francesco, santa Chiara e san Luigi Maria Grignion de Montfort (che dovrebbe anche essere prossimamente dichiarato Dottore della Chiesa)[2]. Gesù è sempre al centro e Maria è in rapporto con lui in quanto madre sua. Tale è il più grande titolo di Maria: "E' più madre che regina", afferma Teresa (Carnet Jaune 21.8.3).

E' una dottrina fondata sul Vangelo, che mette l'accento sulla piccolezza, la povertà e la semplicità di Maria; e soprattutto è una dottrina orientata verso la santità, poiché la missione materna di Maria è condurre tutti i figli "alla vetta della montagna dell'amore".

Si deve anche evidenziare l'equilibrio di tale insegnamento, che evita accuratamente i due eccessi opposti denunciati dal concilio quando invita i teologi ed i predicatori ad astenersi "da false esagerazioni e dall'eccessiva ristrettezza di spirito" per quanto riguarda Maria (LG 67).

 

Il principale privilegio di Maria nel Vangelo: la piccolezza et la povertà come luogo del più grande amore

I predicatori del tempo di Teresa cadevano generalmente nel primo eccesso, quello della "falsa esagerazione", secondo la testimonianza riportata da madre Agnese: "Mi diceva che tutto quanto aveva sentito dire nelle prediche circa la Madonna non l'aveva impressionata. I preti ci mostrino virtù praticabili! E' bene parlare delle sue prerogative, ma bisogna soprattutto poterla imitare! Ella preferisce l'imitazione all'ammirazione, e la sua vita è stata così semplice! Per quanto sia bella una predica sulla Madonna, se si è obbligati tutto il tempo ad esclamare: Ah!... Ah!... se ne ha abbastanza. Mi piace cantarle: Lo stretto cammino del cielo lo hai reso visibile (Teresa diceva: facile) / praticando sempre le più umili virtù" (Carnet Jaune 23.8.9).

Teresa, che cita due versi della sua poesia, si oppone risolutamente ad una predicazione "trionfalista" che parlava solo della grandezza e dei privilegi di Maria e si fondava spesso sui vangeli apocrifi, pieni di episodi meravigliosi e straordinari. La carmelitana risponde a tali eccessi con il Vangelo, che al contrario ci mostra Maria del tutto semplice, piccola, vicina a noi ed imitabile. Teresa ritrova così il più grande privilegio dimenticato dai predicatori: il privilegio della povertà e della piccolezza che caratterizza tutta la vita terrena di Gesù e di Maria. In ciò coincide esattamente con ciò che san Francesco scriveva nella sua ultima volontà a santa Chiara: "Io, frate Francesco, piccolino, voglio seguire la vita e la povertà del nostro altissimo Signore Gesù Cristo e della sua santissima madre". Per la Piccola santa come per il Poverello le parole "piccolezza" e "povertà" esprimono fondamentalmente la stessa realtà: il cuore del Vangelo, luogo d'incontro e della più intima comunione con Gesù e Maria.

Quando i predicatori rendevano Maria lontana ed inimitabile mostrando solo la sua "sublime gloria", Teresa la scopre al contrario nel Vangelo vicinissima a noi nella sua piccolezza e povertà: "Meditando la tua vita nel santo Vangelo / Oso guardarti e avvicinarmi a te / Credermi tua figlia non mi è difficile / perché ti vedo mortale e sofferente come me" (P 54/2).

Teresa rilegge tutti i testi del Vangelo in cui Maria è presente, utilizzando sempre come chiave di lettura l'atto d'amore: "Ti amo". In tal modo lo Spirito santo le dona di abitare il Vangelo, rendendola immediatamente presente a tutti i misteri in esso rivelati, dall'incarnazione fino alla croce. Sono precisamente i misteri della povertà in cui "la Madonna povera abbraccia il Cristo povero" "amandolo totalmente", secondo le espressioni di santa Chiara[3].

Dal punto di vista dell'amore Teresa ritrova il vero significato dell'adagio: "Numquam satis de Maria", cioè "mai abbastanza per Maria", "non è mai sufficiente quando si tratta di Maria". Ne dà una meravigliosa espressione quando, durante il noviziato, scrive a sua cugina Maria Guérin, che era scrupolosa: "Non temere di amare troppo la Madonna; non l'amerai mai abbastanza, e Gesù ne sarà molto contento, perché la Madonna è sua madre" (LT 92). E' la stessa risposta che san Luigi Maria Grignion dava ai "devoti scrupolosi" che temevano di spiacere a Gesù amando troppo Maria: non si ama mai abbastanza Maria, perché si ama sempre Gesù per lei, in lei e con lei[4]. Questo è dunque il senso del "mai abbastanza": si tratta dell'amore, e non di inventare nuovi privilegi.

 

I simboli dell'amore materno di Maria: il sorriso, il manto, il velo

Dopo aver letto l'ultimo brano del Vangelo che mostra Maria presso la croce di Gesù, Teresa termina così la sua poesia: "Presto nel bel cielo andrò a vederti / Tu che mi venisti a sorridere al mattino della vita / Vieni a sorridermi ancora... madre... ecco la sera!... / Non temo più lo splendore della tua gloria suprema / Con te ho sofferto ed ora voglio / Cantare sulle tue ginocchia, Maria, perché ti amo / E ripetere sempre che sono tua figlia!..." (P 54/25).

I versi furono scritti nel maggio del 1897. Qualche giorno più tardi, nelle prime pagine del manoscritto C, Teresa racconta la terribile prova contro la fede, cominciata più di un anno prima, che ha come oggetto l'esistenza del cielo. Parlando delle sue poesie dirà: "Quando canto la felicità del cielo canto semplicemente ciò che voglio credere" (C 7v). Tale è dunque l'eroica affermazione del cielo che troviamo in questo contesto. Teresa afferma che nella gloria del cielo resterà sempre la figlia di Maria, sulle sue ginocchia, cantando eternamente il suo "ti amo". Allo stesso tempo fa una specie di riassunto di tutta la sua vita sulla terra, dal mattino alla sera, sotto il sorriso materno di Maria. Per Teresa, Maria è molto profondamente la Madonna sorridente, ed il suo sorriso che doveva illuminare il mondo intero è uno dei più bei riflessi del sorriso di Maria.

Nel Manoscritto A la carmelitana ha raccontato il "sorriso" di Maria "al mattino della sua vita". Profondamente ferita nella sua infanzia dalla morte della madre, poi dalla perdita della sua seconda madre, la sorella Paolina, che la lasciò per entrare al Carmelo, Teresa è stata guarita dal sorriso materno di Maria, guarigione che diverrà totale con la "grazia di Natale" e la sua conferma definitiva nella chiesa di Notre-Dame des Victoires a Parigi: "La Madonna mi ha fatto sentire che era stata veramente lei a sorridermi e a guarirmi. Ho capito che vegliava su di me, che ero sua figlia, e così non potevo chiamarla che col nome di "mamma", perché mi sembrava ancor più tenero di quello di madre... Con quale fervore l'ho pregata di proteggermi sempre e di realizzare presto il mio sogno, nascondendomi all'ombra del suo manto verginale! Ah! Era uno dei miei primi desideri fin da bambina. Crescendo avevo capito che al Carmelo mi sarebbe stato possibile trovare veramente il mantello della Madonna, e tutti i miei desideri tendevano verso quella fertile montagna. Supplicai ancora la Madonna delle Vittorie di allontanare da me tutto quanto avrebbe potuto offuscare la mia purezza" (A 56v-57r).

Senza nessuna manifestazione straordinaria, Teresa sperimenta nel modo più profondo l'amore materno di Maria e vi risponde con tutto il suo amore filiale. L'amore di figlia preferisce l'appellativo di "mamma" (che normalmente non si usa in Francia per la Madonna) a quello di "madre", non è assolutamente sentimentalismo o infantilismo. Ugualmente, quanto Teresa chiamerà Dio "papà", ritroverà spontaneamente tutta la forza della parola di Gesù: "Abbà".

Per esprimere l'intimità tra la figlia e la madre, Teresa usa il simbolo del mantello o del velo di Maria. Entra al Carmelo per nascondersi all'ombra del mantello verginale di Maria. Vive questa esperienza più intensamente durante alcuni giorni del suo noviziato: "Ero interamente nascosta sotto il velo della Madonna" (Carnet Jaune 11.7.2). Poco dopo inviterà la sorella Celina ad affidarsi totalmente a Maria: "Nasconditi bene all'ombra del suo mantello verginale perché lei ti verginizzi" (L 105).

Già nella sua prima Poesia, la carmelitana chiedeva a Gesù neonato di nascondersi con Lui sotto il velo di Maria per contemplare la comunione più intima, più dolce e più incarnata tra la Madre e il Figlio: quando Maria dà per la prima volta il suo seno a Gesù, nutrendolo del suo "latte verginale" (P 1). Questa prima poesia di Teresa è un testo fondamentale nel quale troviamo riuniti i principali Misteri della Piccolezza: l'Incarnazione, la Passione e l'Eucaristia, espressi attraverso i simboli del Fiore (applicato a Gesù) e della Rugiada (applicato al Sangue di Gesù e al Latte verginale di Maria.

 

L'unione più intima con Gesù

Per Teresa la vita nascosta sotto il mantello di Maria è il luogo della più intima unione con Gesù nella semplicità della vita quotidiana. Lo dice in modo molto bello in una delle sue prime poesie: "O Vergine immacolata! Sei la mia dolce stella / Che mi dona Gesù e che mi unisce a lui. / O madre! Lasciami riposare sotto il tuo velo / solo per oggi" (P 5/11).

Nello stesso senso, Maria stessa dice a Celina: "Ti nasconderò sotto il velo / Dove si rifugia il Re dei cieli... / Ma affinché io ti protegga sempre / sotto il mio velo presso Gesù / dovrai restare piccola..." (P 13/5,7).

In quanto madre, Maria ci dona Gesù e ci dona a Gesù. Anche qui Teresa coincide con Luigi Maria Grignion nel mostrare che Maria è del tutto rapportata a Gesù. Non trattiene presso di sé i suoi figli, ma "li unisce a Lui con un legame molto intimo"[5].

 

Dalla professione all'atto d'offerta

In questo clima mariano Teresa vive la professione religiosa, l'8 settembre 1890, festa della natività di Maria. Dopo aver raccontato come Maria l'aveva aiutata a preparare il suo "abito da sposa" per il grande giorno delle nozze, esclama: "Che bella festa la natività di Maria per diventare sposa di Gesù! Era la piccola Maria di un giorno che presentava il suo piccolo fiore al piccolo Gesù" (A 77r).

Nella loro semplicità infantile le parole di Teresa esprimono uno degli aspetti più essenziali della sua dottrina, che è la piccolezza evangelica. Ripetendo e sottolineando tre volte la parola "piccolo", Teresa indica che la sua propria piccolezza è come rivestita dalla piccolezza di Gesù e di Maria. La "piccola" Maria la presenta a Gesù perché diventi sua sposa. Con Maria Teresa può veramente sposare la piccolezza di Gesù, come Francesco e Chiara avevano sposato la sua povertà comunicando intimamente ai misteri del suo abbassamento, dall'incarnazione fino alla croce. Con Maria tutti questi santi hanno comunicato al mistero sconvolgente della povertà e della piccolezza di Dio. Teresa contempla Gesù come "un Dio che si è fatto per me così piccolo" (LT 266). Ugualmente santa Chiara riconosceva in lui "l'amore di questo Dio che, povero, fu deposto in un presepe, povero visse nel mondo e restò nudo sulla croce".

Colei che si chiama Teresa di Gesù Bambino e del Volto santo comunica sempre più profondamente all'amore la cui "proprietà è abbassarsi" (cf. A 2v), dalla povertà dell'incarnazione fino allo spogliamento totale della croce. Vivendo nascosta sotto il mantello di Maria, Teresa entra sempre più nel mistero della piccolezza e della povertà di Gesù. Infatti la scoperta della piccolezza evangelica ha un carattere progressivo.

Dopo la professione, nelle lettere alla sorella Celina la giovane carmelitana rivela soprattutto il suo cuore di sposa, la fondamentale dimensione sponsale del suo amore per Gesù. In questa luce la piccolezza s'identifica praticamente con la verginità. Le più belle espressioni in proposito si trovano nella lettera del 25 aprile 1893. Attraverso il simbolo del fiore dei campi che designa Gesù nella sua vita terrena e quello della goccia di rugiada che indica la sua sposa nella stessa condizione, Teresa mostra come la piccolezza è il luogo indispensabile dell'unione verginale tra la sposa e lo sposo. Per essere per lui e per lui solo, "bisogna essere piccoli, piccoli come una goccia di rugiada" (LT 141). E' la verginità del cuore come amore indiviso a condurre Teresa a sposare la piccolezza di Gesù donandosi totalmente ed esclusivamente a lui come la piccola goccia di rugiada, la sola che può rispondere alla sua sete d'amore.

Al seguito di Maria, Teresa impara a "vivere d'amore". Contemplando lei potrà dare la miglior definizione dell'amore: "Amare è dare tutto e dare sé stesso" (P 54/22). Precisamente nella dinamica del dono totale Maria è presente nel cuore dell'Offerta all'amore misericordioso, il 9 giugno 1895. Teresa si offre all'amore di Gesù, del quale ha scoperto tutta la realtà trinitaria: "Quest'anno, il 9 giugno, festa della Trinità, ho ricevuto la grazia di comprendere più che mai quanto Gesù desidera essere amato" (A 84r). Donandosi totalmente "come vittima d'olocausto" al fuoco del suo amore che è lo Spirito santo, abbandona la sua offerta nelle mani di Maria (cf. Pr 6). Qui Teresa è molto vicina a sa Luigi Maria Grignion de Montfort, che invitava i poveri e i piccoli a vivere pienamente la grazia del battesimo dandosi totalmente a Gesù attraverso le mani di Maria. Il simbolo utilizzato da Luigi Maria, quello della "schiavitù d'amore", ha profondamente lo stesso significato offerto dal simbolo teresiano dell'"olocausto all'amore" per indicare la stessa radicalità dell'amore come dono totale di sé. L'offerta teresiana e la consacrazione monfortana hanno anche come comune radice la dottrina del Cardinale Pierre de Bérulle, fondatore della "Scuola Francese".

 

La comunione al mistero dell'incarnazione

Nello stesso tempo in cui si dona completamente a Gesù, Teresa riceve Gesù che si dona completamente a lei nell'infinita grandezza del suo amore, simboleggiato dall'oceano. Teresa scrive alla sua priora: "Lei che mi ha permesso di offrirmi a Dio in questo modo, conosce i fiumi o piuttosto gli oceani di grazia che hanno inondato la mia anima" (A 84r). Così Teresa, come Maria, "può contenere Gesù, l'oceano dell'amore" (P 54/3).

La piccolezza evangelica prende allora un carattere materno, tipicamente femminile. Santa Chiara invitava Agnese di Praga ad "attaccarsi alla dolcissima madre" che ha portato nel suo seno "colui che i cieli non potevano contenere" e a partecipare alla sua maternità: "Come la gloriosa Vergine delle vergini l'ha portato materialmente, così anche tu, seguendo le sue orme, soprattutto di umiltà e di povertà, puoi sempre senza alcun dubbio portarlo spiritualmente in un corpo casto e verginale, contenendo colui dal quale tu e tutte le cose siete contenuti"[6].

Teresa lo dice in modo molto bello nella sua poesia mariana, contemplando lo stesso mistero di Maria che porta Gesù nel suo seno materno. Non è solo la figlia di Maria, ma ancor più profondamente è madre come Maria e con Maria, in quanto partecipa la sua intimità materna con il bambino che porta. Come Francesco e Chiara, Teresa si riferisce all'eucaristia: "O madre amatissima, nonostante la mia piccolezza, / Come te io possiedo in me l'Onnipotente, / Ma non tremo nel vedere la mia debolezza: / Il tesoro della madre appartiene alla figlia. / Io sono tua figlia, o Madre cara, / Le tue virtù, il tuo amore, non sono forse miei? / E quando nel mio cuore scende la bianca ostia, / Gesù, il tuo dolce agnello, crede di riposare in te!" (P 54/5).

Uno dei più profondi desideri di Teresa era conservare in sé la presenza del corpo di Gesù. E glielo chiese nell'atto d'offerta: "Resta in me come nel tabernacolo" (Pri 6). In tal modo chiedeva d'essere come Maria incinta: "il tabernacolo che vela la divina bellezza del Salvatore" (P 54/8).

Nella sua piccolezza Maria ha portato Gesù, nella povertà lo ha partorito a Betlemme. Teresa contempla tutta la grandezza di Maria, la sua grandezza come madre di Dio accanto a suo figlio: "Nessuno vuol ricevere nel suo albergo / I poveri stranieri, il posto è per i grandi, / Il posto è per i grandi e in una stalla / La regina dei cieli deve partorire un Dio. / O madre cara, quanto ti trovo amabile, / Quanto ti trovo grande in un luogo così povero!... / Quando vedo l'Eterno avvolto in fasce, / Quando odo il grido sommesso del Verbo divino, / O madre mia cara, non invidio più gli angeli / Perché il loro potente Signore è il mio fratello caro!... / Io ti amo, Maria; tu sulle nostre rive / hai fatto sbocciare il fiore divino!" (P 54/9-10).

Per Teresa, come per Francesco, il mistero del presepe resta sempre molto presente; in lui si manifesta l'unione della madre con suo figlio nella povertà, esempio della nostra unione con lui nell'eucaristia, in cui egli è ancora "molto più piccolo di un bambino" (PR 2,5r). In questa luce Teresa scriveva a Celina: "Bisogna che quest'anno facciamo molti sacerdoti che sappiano amare Gesù!... che lo tocchino con la stessa delicatezza con cui Maria lo toccava nella sua culla" (LT 101). E' esattamente ciò che chiede a Maria per un futuro sacerdote, il seminarista Maurizio Bellière, suo primo fratello spirituale: "Degnati di insegnargli già con quale amore toccavi il divino bambino Gesù e lo avvolgevi in fasce, perché possa un giorno salire al santo altare e portare nelle sue mani il Re dei cieli. Ti chiedo ancora di custodirlo sempre all'ombra del tuo manto verginale" (Pr 8).

 

Il pellegrinaggio della fede vissuto con Maria

L'intima relazione tra Maria e suo figlio era vissuta nella fede. Teresa insiste molto su questo punto, come già faceva Luigi Maria Grignion[7]. Seguendo il concilio, papa Giovanni Paolo II ha sviluppato particolarmente l'aspetto del "pellegrinaggio della fede di Maria": "Beata colei che ha creduto" (Redemptoris Mater, 12-20). Gesù era allo stesso tempo suo figlio e suo Dio, frutto delle sue viscere e suo creatore e salvatore. Così il rapporto tra Maria e Gesù è inseparabilmente il rapporto tra la madre e suo figlio ed il rapporto tra la credente e il suo Dio. Nel momento in cui i predicatori, fondandosi sugli apocrifi, colmavano la vita di Maria di grazie straordinarie, Teresa al contrario mostra, a partire dal Vangelo, la povertà spirituale di Maria, affermando che "viveva di fede come noi" (Carnet Jaune 21.8.3). Per lei come per noi la fede era oscura e talvolta dolorosa, messa alla prova da Gesù stesso. Teresa lo afferma a proposito dell'episodio evangelico di Gesù smarrito e ritrovato nel tempio: "Madre, il tuo dolce figlio vuole che tu sia l'esempio / Dell'anima che lo cerca nella notte della fede" (P 54/15).

Questo è per Teresa il clima della vita spirituale di Maria a Nazaret: "So che a Nazaret, Madre piena di grazia, / Vivi molto poveramente, non vuoi niente di più, / Nessun rapimento, miracolo, estasi / abbelliscono la tua vita, regina degli eletti!... / Il nome dei piccoli è ben grande sulla terra / Senza tremare essi possono levare gli occhi a te: / Per la via comune, madre incomparabile, / ti piace camminare per guidarli al cielo" (P 54/17).

La strofa è particolarmente importante, in quanto rivela il carattere mariano della "piccola via". Teresa approfondisce il mistero della povertà di Maria come povertà spirituale della fede, spogliata di tutte le grazie straordinarie.

 

Con Maria presso la croce: la maternità universale vissuta nella "kenosi della fed"

La povertà attinge il suo apice nello spogliamento totale della croce. Qui Teresa si unisce infine a Maria leggendo l'ultimo testo del Vangelo in cui ella è presente presso Gesù: "Maria, tu mi apparivi in cima al Calvario / In piedi presso la croce, come un sacerdote all'altare" (P 54/23).

Come madre, Maria partecipa in modo unico al sacrificio redentore di suo figlio. Come Abramo, acconsente al sacrificio dell'unico suo figlio[8], e suo figlio Gesù estende allora la sua maternità all'uomo redento dal suo sangue.

Teresa comunica molto profondamente a questo mistero partecipando alla maternità di Maria presso la croce. Ne aveva fatto l'esperienza per la prima volta prima di entrare al Carmelo. Guardando un'immagine di Gesù crocifisso, contemplando il suo sangue sparso, aveva preso una delle più fondamentali decisioni della sua vita: "Decisi di mantenermi in spirito ai piedi della croce per ricevere la divina rugiada che ne cadeva, comprendendo che dovevo subito spargerla sulle anime" (A 45v). Con questa decisione comincia immediatamente la sua maternità spirituale; ottiene la salvezza eterna di colui che chiama "il mio primo figlio" (A 46v): il criminale Pranzini, condannato a morte e ghigliottinato.

Nel cuore femminile di Teresa, da lei spesso paragonato ad una lira, la "corda" dell'amore materno è essenziale e vibra con quella dell'amore sponsale: "Essere tua sposa, o Gesù... essere per mezzo della mia unione con te la madre delle anime" (B 2v). Questi sono per Teresa i due aspetti più belli del "tesoro" d'amore che è la verginità: essere sposa e madre. La sua verginità diventa feconda attraverso la comunione al sangue di Gesù sparso nella passione. Contemplando la "rugiada d'amore" nella sua agonia, Teresa dice a Gesù: "Ricorda che la tua rugiada feconda / Verginizzando le corolle dei fiori / Li ha resi capaci fin da questo mondo / Di partorire un gran numero di cuori. / Io sono vergine, o Gesù! Tuttavia, che mistero! / Unendomi a te sono madre delle anime" (P 24/22).

Notiamo soprattutto la bellezza e la forza delle affermazioni: "sono vergine... sono madre". Come Maria, Teresa è inseparabilmente vergine, sposa e madre, e la sua maternità trova tutta la sua estensione, tutta la sua fecondità nella comunione più intima con Gesù crocifisso. Per Teresa come per Maria la comunione all'annientamento di Gesù, al suo totale spogliamento sulla croce, è caratterizzata dalla profondissima prova della fede che papa Giovanni Paolo II non ha temuto di definire "kenosi della fede" (Redemptoris mater, n. 18). Non si tratta evidentemente della perdita della fede, ma al contrario della fede più eroica che continua a resistere nel più totale spogliamento, nella più profonda oscurità, sostenuta dall'amore e dalla speranza.

Effettivamente la passione di Teresa, che comincia in occasione delle feste pasquali del 1896, è soprattutto caratterizzata dalla dolorosa "prova della fede". In questa occasione Teresa partecipa alla più estrema povertà spirituale di Maria partecipando anche alla sua maternità universale. La maternità spirituale di Teresa si estende a tutti gli uomini: diviene quindi pienamente missionaria "adottando" in modo del tutto speciale gli atei del mondo moderno. Con la più grande fiducia intercede per loro e prega per la loro salvezza eterna.

L'amore materno di Teresa è vissuto in una fede dolorosa ed in una speranza senza limiti, non solo per lei stessa, ma per gli altri, per tutti. Come il poeta Charles Péguy, suo contemporaneo, Teresa raggiunge Maria in tutta la bellezza della sua speranza materna: la speranza della madre per la salvezza di tutti i suoi poveri figli.

 

"Un cuore di Madre"

Questo cuore materno si rivela nel modo più bello nell'operetta teatrale di Teresa intitolata "La fuga in Egitto" (PR 6). E' un racconto tragicomico, nel quale la carmelitana immagina la sosta della santa famiglia in una caverna di briganti sulla strada dell'Egitto. Questi briganti sono i genitori del futuro buon ladrone, Dimas, che è allora un neonato, come il Bambino Gesù. Il dolore di Susanna, sua madre, è immenso, perché questo bambino è lebbroso. Tra questa povera donna e la Madonna, c'è una profonda comprensione, quasi una complicità, perché l'una come l'altra hanno "un cuore di madre". L'espressione "un cuore di madre" è la chiave di questa operetta, ed è evidentemente la manifestazione del proprio cuore materno di Teresa. Questa espressione significa tutto l'amore della madre per il figlio, un amore che diventa il più profondo dolore per la sofferenza e la morte del figlio: il dolore di Susanna per il figlio lebbroso, il dolore delle madri di Betlemme per i loro figli uccisi da Erode. Questo amore, che raggiunge la sua pienezza nel cuore di Maria, è ciò che tocca di più il Cuore di Dio. Un cuore di madre che mette tutta la sua fiducia nella misericordia infinita di Dio è veramente onnipotente sul Cuore di Dio per ottenere infallibilmente la salvezza dei più grandi peccatori, dei criminali. Così, Maria invita Susanna a pregare con piena fiducia per il figlio Dimas, ora guarito, sapendo che seguirà l'esempio di suo padre, capo dei briganti. Ma verrà l'ultimo giorno, quando il brigante crocifisso si rivolgerà a Gesù crocifisso ed entrerà subito nel suo regno. Tali sono le parole di Maria rivolte a Susanna: "Abbiate fiducia nella misericordia infinita del Buon Dio; è così grande da cancellare i più grandi crimini, quando trova un cuore di madre che pone in essa tutta la sua fiducia" (10r). Con lo stesso "cuore di Madre", con la stessa speranza materna senza limiti, con la quale Maria prega per tutti i peccatori, Teresa aveva pregato per Pranzini, il suo primo figlio, pregando poi per una moltitudine immensa di figli: tutti i peccatori, cioè tutti gli uomini. A partire dalla sua professione la carmelitana chiede ogni giorno a Gesù: "Fa che io salvi molte anime, che oggi nessuna sia dannata" (Pri 2). Teresa chiamava i peccatori non solo "i miei fratelli", ma anche "i miei figli", ed insegnava questo amore materno alle novizie: essere come una vera mamma che non risparmia mai se stessa, ma che ama, soffre, lavora, si dà totalmente e si sacrifica sempre per i figli.

 

Maria è la più grande perché è la più piccola

Nella contemplazione di Teresa Maria è perfettamente semplice nella sua fede e nella sua speranza. E' "tutta madre" perché è "tutta speranza" (Charles Péguy), e ciò fondamentalmente perché è piccolissima, la "tutta piccola" per eccellenza, "piena di grazia" in un modo insuperabile, ancor più di Teresa, perché è stata ancora più piccola.

Così Teresa parla di Maria senza nominarla quando dice a Gesù, al termine del manoscritto B: "Sento che se per impossible tu trovassi un'anima più debole, più piccola della mia, ti compiaceresti di colmarla di favori ancor più grandi se si abbandonasse con fiducia completa alla tua misericordia infinita" (B 5v).

Queste parole sono state scritte l'8 settembre 1896, festa della Natività di Maria, nella grazia della piccolezza di colei che diventerà la madre di Dio.

 


[1]Tutti i testi di Teresa sono citati a partire dall'edizione critica: THERESE DE LISIEUX: Oeuvres Complètes (Paris, 1992, Cerf/DDB). La traduzione italiana pubblicata nel 1997 (Opere Complete, LEV/OCD) è usata qui con molte modifiche, specialmente per le poesie. Le sigle sono: A, B e C per i tre Manoscritti Autobiografici, LT per le Lettere , P per le Poesie, PR per le Pie Ricreazioni e Pr per le Preghiere. Cf anche il mio libro: L'Amore di Gesù. La cristologia di santa Teresa di Gesù Bambino (LEV 1999).

[2]Nella prospettiva di questo Dottorato, ho recentemente pubblicato una nuova edizione dei due testi essenziali del Monfort, il Trattato della Vera Devozione a Maria e il Segreto di Maria, con una ampia introduzione teologica sotto questo titolo: L'Amour de Jésus en Marie (Genève, 2000, ed. Ad Solem, 2 vol).

[3]Lettere ad Agnese di Praga (Seconda e Terza).

[4]S. LUIGI MARIA GRIGNION DE MONTFORT: Trattato della Vera Devozione a Maria, n° 10 e 94.

[5]S. LUIGI MARIA DI MONTFORT: Vera Devozione n° 211.

[6]Terza Lettera ad Agnese di Praga.

[7]Cf Vera Devozione n° 214, Segreto di Maria n° 51, 68, 69.

[8]Dopo santa Caterina da Siena, san Luigi Maria di Montfort insiste su questo consenso libero di Maria al Sacrificio di Gesù, paragonando Maria con Abramo nel sacrificio del Figlio Isacco (Vera Devozione n° 18). Lo stesso paragone è stato ripreso da Giovanni Paolo II nella Redemptoris Mater (n° 14s), quando comenta il testo della Lumen Gentium sul "pellegrinaggio di fede" di Maria (n° 58).

 

AUTOR: Fr. François-Marie Léthel OCD

 

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